ENRICO LONGFILS

Miti e paesaggi

Rimini – Galleria dell’Immagine, via Gambalunga 27

24 febbraio – 18 marzo 2018

orario:10/12 e 16/19 ingresso libero-chiuso lunedì non festivi

info:0541704416/14www.museicomunali.it

comunicato stampa

 

Si apre alla Galleria dell’Immagine a Rimini, sabato 24 febbraio alle ore 17, la mostra dedicata al pittore Enrico Longfils (1914-1992) dal titolo Miti e paesaggi. Saranno esposte opere databili dal 1935 al 1980 provenienti da collezioni private e dagli eredi.    La mostra si propone come una sintesi dei percorsi dell’artista, dai paesaggi al ciclo di Ulisse dedicato al mito dell’eroe omerico riletto in chiave enigmatica e surreale come archetipo della cultura occidentale, simbolo del destino e dell’errare umano.

Nel ferragosto del 1992 moriva a Rimini Enrico Longfils, padre belga e madre lombarda, fedele frequentatore dei lidi romagnoli, di Viserba in particolare, dove tra l’altro aveva stretto amicizia da decenni con il gruppo di artisti legati alla scuola di Umberto Folli.

Longfils mantovano,  personalità poliedrica – a lungo insegnante di lingua e letteratura inglese- ironico ed elegante, si dedicò da autodidatta alla pittura, coltivata sin da giovane, e accresciuta da un rapporto culturale sempre vivido e attento. Assecondò la sua vocazione con l’apprendimento delle tecniche pittoriche nello studio del restauratore Raffaldini e nell’osservazione della tradizione del paesaggio virgiliano espresso in estreme arcadie e in una pittura ancora debitrice ad un radicato post impressionismo. Longfils si impose presto tra i pittori più conosciuti di Mantova del secondo ’900 avviandosi sin dalla metà degli anni ’30 alla pittura di paesaggio.

 

Si alternano in questi quadri– scrive Annamaria Bernucci nella presentazione – “stagioni silenziose e letargiche come solo il paesaggio lombardo può suggerire, specie quello mantovano, dolci terre d’acque, di file di pioppi, pontili e lanche sul Mincio o il Po, cui Longfils riesce ad imprimere un gemito cromatico fatto di sintesi e tocchi”. Dipingendo riflette sul linguaggio di Pio Semeghini, Renato Birolli, ma anche di De Pisis e Morandi, negli stessi anni che lo videro affiancare alla sua professione primaria che era l’insegnamento la sua insopprimibile tensione artistica.

Il paesaggio diviene per lui il mito dei luoghi, contenendo in sé capacità narrativa e identitaria; non rimanda ad una scontata percettività di orizzonti e vedute, si tramuta in una sequenza di piani che restituiscono l’estensione dello spazio, anche quando negli anni ’70 la pittura di Longfils rasenterà sommariamente le soglie dell’astrazione.

Lo storico dell’arte Gianfranco Ferlisi in un suo saggio dedicato a Longfils ricorda che ”il suo operare era espressione di una tormentata prova d’amore per la pittura, contro chi minacciava, secondo il suo personale punto di vista, civiltà e memoria: contro i canti delle sirene che ammaliano mentre trascinano nell’abisso”.

 

Di lì a poco, a partire dagli anni ’70, andrà a costruire infatti favole mitologiche che rappresenteranno più da vicino il suo universo poetico. Longfils va alla ricerca di una liricità classica cui concorre il suo tributo visionario alla figura di Ulisse, che vuole essere una avventura metafisica ma anche espressione del desiderio, del destino, della fascinazione.  Un silenzio attonito permea queste composizioni, dove il lacerto archeologico, la colonna, il frammento di tempio si affiancano al fiore caduco o allo stretto groviglio di un arbusto, in un contrappunto narrativo, volutamente ricercato e puntuale, dicotomico. “L’Eroico si è fatto  quotidiano perché il quotidiano diventasse eroico”.

Longfils ammicca all’enigma, elenca con rinnovato gusto e piacere un campionario di allusioni sospese, in cerca di risposta, in un ritrovato dialogo con le immagini, inseguendo soluzioni che gli possano di dimostrare la possibilità di esistenza di una pittura narrativa e figurativa.

E questo accadeva in un decennio di ostinata iconoclastia, nel tempo dell’esplosione dell’arte concettuale e povera e di molteplici derive utopistiche.

Fatalmente Enrico Longfils si andrà a spegnere in riva all’Adriatico, lui che il mare lo aveva dipinto come un costante sfondo all’infinito viaggio di Ulisse, cercando l’arcano e l’altrove, il tempo del sogno e il tempo terreno.