Nella mostra che Battiato condivide con Marco Nereo Rotelli, «Il colore della musica» (Fondazione Maimeri. Palazzo Durini, Milano, dal 6 al 20 dicembre), le sue opere rischierebbero davvero di scomparire, perché i grandi specchi tagliati e solcati di colore (Rotelli), ne sono l’esatto contrario: grandi, luccicanti, a parete e a pavimento, sconfinano nell’installazione. I piccoli quadri di Battiato arrivano dalla parte opposta dell’espressione: sono dipinti tradizionali, invitano alla riflessione, ti guardano con la calma di occhi del sud, della Sicilia, di un Islam della mente.Sono anche pochi, rispetto a quelli prodotti dietro il paravento amatoriale di un professionista della musica trasversale come pochi. La spiegazione è semplicissima: «Ne ho portati pochi perchè non mi piace privare i muri di casa di oggetti familiari», spiega Franco. E anche questo racconta della loro natura privata. Battiato è arrivato alla inaugurazione ufficiale, ieri pomeriggio, in volo da Londra: «Sto mixando lì, con un’orchestra sinfonica, il materiale del nuovo album». E lì tornerà fra poco, dopo aver tenuto il penultimo concerto del Duemila, venerdi sera a Saint Vincent. «Ma l’ultimo sarà proprio l’ultimo giorno dell’anno». I quadri, in quale rapporto stanno con la musica che Battiato scrive?
«Sono un musicista che cerca una zona meditativa – scrive Franco sul catalogo della mostra – non va in cerca di ispirazioni da vendere, come spesso purtroppo accade, ma lavora sulla concentrazione e il perfezionamento. Io lavoro e ricerco in una periferia del corpo centrale della musica che considero un’arte superiore. In questa periferia è possibile incontrare zone d’ombra, suoni lontani, accordi arcaici». Ecco: quadri come accordi arcaici.
Perché dipingere?
«La pittura m’interessa perchè fisicamente permette di restringere uno spazio fino a raggiungere ciò che s’insegue, in un certo senso è come catturare un suono, trasmettere un sentimento. Anche “esercitando” un linguaggio che non ti appartiene del tutto affiora il proprio credo».
La pittura, meditazione e disciplina”
Franco Battiato inaugura la mostra dei suoi quadri: “Adesso ho acquisito la tecnica per dipingere. Magari della domenica, ma sono un pittore”. Il cantautore siciliano racconta come si è accostato al pennello.(A. Giletti)
E’ un Franco Battiato sorridente e affabile, dietro gli occhiali scuri che non si toglie mai, quello che si presta all’assalto di giornalisti, fans e curiosi, che affollano la sala della sua prima “personale”.
In pochi si soffermano ad ammirare i quadri ora che c’è lui, ci sarà tempo più tardi. Il personaggio, per oggi, ha fatto ombra alle opere, pur avvolte di dorature lucenti, di un pittore affascinante. Perché non c’è dubbio che di questo si tratti.
Lei ha sempre dipinto o quella per i pennelli è una passione recente?
Come sempre dipinto!? Sono uno dei peggiori pittori viventi! Questo poco che ho fatto però, conta molto per me, che non ero neanche in grado di immaginarmi le linee prospettiche. Non avevo idea della fuga e se dipingevo un tappeto sembrava fosse in piedi. Poi, a poco a poco, con applicazione e pazienza…

La pittura come esercizio di disciplina?
Assolutamente. Oggi, se non sapessi che sono io, diresti comunque che questo è un pittore. Quel che faccio può piacere o meno, ma io ho raggiunto quel minimo di tecnica che mi dà la qualifica di pittore; della domenica, se vuoi, ma pittore.
Gli sguardi dei personaggi rappresentati sono sempre sereni e riflessivi. Considera la pittura un’attività meditativa?
Assolutamente sì. Ogni gesto è un movimento molto meditato.
Che tecnica usa?
E’ una tecnica ad olio, che ricorda le pitture iconografiche, ma, al contrario di come si usava nel ’400, io dipingo direttamente sulla doratura. Una volta che la doratura è fissata la penetrazione del colore è ostacolata e ci vuole molto più tempo e più attenzione per dipingere; ma io me ne frego, non ho alcuna fretta. Comunque voglio provare in futuro a cambiare, utilizzando la tecnica classica, con la doratura effettuata successivamente.
Considera i suoi quadri delle icone?
No. L’icona ha delle regole che non si possono obliare e che non mi sento di portare nel mio lavoro. Io uso dei colori non per rappresentare stati spirituali, come le icone, ma una ricerca di spiritualità, che è un’altra cosa. Nel mio lavoro non c’è l’organigramma religioso.
Dipinge in momenti particolari della giornata?
Sempre con la luce naturale, per cui gli orari sono dalle 9 a mezzogiorno e poi dalle tre alle sei. E la luce di Sicilia, che abbagliò Goethe, mi aiuta.
Parlando per un momento di musica, posso chiederle da dove nasce l’idea di incidere nel suo nuovo album una versione di “Hey Joe”?
Quando avevo 19 anni, ho iniziato la mia carriera suonando Jimi Hendrix. Eravamo un trio, chitarra, basso e batteria, ed avemmo il nostro primo ingaggio in una balera della Valtellina. Eravamo felici ed eccitati. Attaccammo con “Stone Free” e il pubblico ci stava, perché, allora come oggi, i giovani son sempre avanti, ma al terzo pezzo si spegne tutto improvvisamente. Alla nostra domanda “E’ andata via la corrente?” rispose una voce dalla sala: “No, siete voi che andate via.” Era il padrone del locale, che ci cacciava. Devo dire che una settimana dopo abbiamo cominciato a metter su “La bambola” di Patty Pravo. Avevamo capito l’antifona.
I quadri di Battiato hanno un legame di metallo con le opere di Rotelli, nel segno dell’oro. E su questo, Manlio Sgalambro, che da anni instilla nelle canzoni di Battiato una pensosità mai comunque evasiva nemmeno quando Franco pensava da sè alle parole, ha qualcosa da dire: «Le sensazioni che provengono dai metalli rompono la quiete sonnacchiosa dei sensi. Gli occhi si spaccano…Le idee di acciaio e oro evocate rimandano a sangue e potere come omologhe. Rimandano agli squarci e ai fendenti delle spade….L’età dei metalli, per quanto essi scintillino, è sempre un’epoca oscura». A suo modo, anche Battiato pittore ferma oggi un passato che continua a esistere.1945.jpgartbat5.jpgartbat7.jpgartbat8.jpgartbat9.jpg