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Arte italiana a New York- fallimento annunciato

Roberto Cuoghi, Giuseppe Gabellone, Diego Perrone, Patrick Tuttofuoco e Micol Assael (e ora sembra anche Monica Bonvicini, che forse verrà presentata con un’opera raccattata) disertano la mostra sugli artisti italiani al P.S.1, New York.

New York, si sa, è una vetrina unica per gli artisti. E il P.S.1 una delle sedi più ambite e prestigiose. Specialmente per artisti ancora non noti nel mondo dell’arte americana, come gran parte degli italiani.
Per ottobre il P.S.1 aveva fissato una mostra di artisti italiani curata da Alanna Heiss (direttrice del P.S.1) con la collaborazione di Andrea Bellini, Klaus Biesenbach, Kazue Kobata, David Thorp e Neville Wakefield. Una rassegna sull’arte italiana recente che avrebbe dovuto intitolarsi “Mondo Fantastico”, con artisti emergenti ed altri considerati tra i più promettenti (Micol Assael, Pierpaolo Campanini, Gianni Caravaggio, Alice Cattaneo, Paolo Chiasera, Roberto Cuoghi, Lara Favaretto, Giuseppe Gabellone, Francesco Gennari, Piero Golia, Rä di Martino, Adrian Paci, Diego Perrone, Paola Pivi, Pietro Roccasalva, Lorenzo Scotto Di Luzio, Elisa Sighicelli, Patrick Tuttofuoco e Francesco Vezzoli).
Tuttavia cinque degli artisti invitati – cinque tra gli artisti italiani più rappresentativi al momento – si sono opposti alla mostra, mettendone in crisi scelte, fattibilità e selezione degli artisti. Conseguenza: la mostra non si farà più, o almeno non più nella forma originariamente progettata. Al suo posto il sito del P.S.1 annuncia la seguente rassegna: Paola Pivi, Monica Bonvicini, Francesco Vezzoli, Paolo Canevari, Adrian Paci e Pietro Roccasalva.

Ciao Giancarlo,
Tuttofuoco, Perrone, Gabellone e Cuoghi (e successivamente ho saputo anche Micol Assael e ora pare anche Monica Bonvicini) hanno deciso di non partecipare alla mostra di loro iniziativa mandando una lettera di dissenso e rifiuto ad Alanna Heiss. Il motivo è che per questa mostra non ci sono mezzi né idee. La mostra pretende di non avere soldi (poi in seguito alla lettera i soldi, almeno per trasporti e assicurazione, sono miracolosamente comparsi), non ha catalogo, ma soprattutto non ha idee e non è curata.

Quando loro quattro hanno deciso di mandare la lettera, il P.S.1 ha rilanciato chiedendo di ripensarci, facendo saltare fuori i soldi e promettendo, tra le righe, grandi cose anche per il futuro. Il fatto che il P.S.1 sia una vetrina ambitissima a NY, soprattutto per gli artisti italiani (artisti che vengono dalla periferia… e da una periferia in questo momento neanche tanto cool. Meglio essere Lituani o Rumeni oggi, piuttosto che Italiani) non significa che ci si debba piegare a qualsiasi condizione.
Questi quattro artisti hanno avuto coraggio (in un momento tra l’altro decisivo per la loro carriera e storia) a rinunciare a questa mostra. E hanno fatto bene a rimanere fedeli alla loro posizione anche quando il P.S.1 li ha poi corteggiati e ha cercato di riparare, promettendo mari e monti. Ho stima di chi ha coraggio e non di chi si muove solo in modo strategico.

Successivamente la mostra è stata ridotta drasticamente nel numero di artisti invitati e modificata nel taglio. Rimangono alcuni degli artisti più conosciuti, come Paola Pivi e Francesco Vezzoli.
D’altra parte quando hanno fatto la riunione, durante la Biennale di Venezia (sulla barca del P.S.1), hanno specificato che non tutti coloro che erano stati invitati alla riunione sarebbero poi stati invitati anche alla mostra, e che dovevano ancora decidere…

Un conto è fare una mostra a zero budget perché il posto, o il curatore, non ha a disposizione risorse economiche (però ha idee). Un conto è sapere che i mezzi a disposizione ci sono, che probabilmente vengono dirottati su altri progetti, che non c’è nessuna idea di mostra, nessun entusiasmo, nessuna attenzione. Perché un artista deve fare una mostra così? A che pro se non quello di avere nel CV, sotto la voce 2007, P.S.1, New York?

Sonia Campagnola, Los Angeles

MA IL P.S.1 è uno spazio prestigioso solo per i turisti italiani e per le belle mostre

Cara Sonia,
purtroppo il P.S.1 è un vasto contenitore senz’anima né carattere. Da sempre è lì, innaturale balena bianca, che macina eventi (decine e decine al mese, al punto da annullarsi spesso tra loro) e danaro. La direttrice, Alanna Heiss è una sorta di bulldozer onnipresente che schiaccia persone, eventi e divora tutto il denaro possibile, da qualsiasi parte o paese venga. E spreme come limoni, stagisti senza arte né parte che arrivano da ogni parte del mondo per stare a New York. Alanna, grande temperamento, poca sensibilità all’arte ma tantissima nei rapporti sociali, è riuscita a rendere il suo spazio uno dei più attivi a New York. Anche se in realtà più che uno spazio è una voragine mangiamostre e mangiasoldi. Da qui il compito di Alanna di inserire nel Board of Directors ricconi da ogni parte del mondo a cui scucire più danaro possibile in cambio di diplomi di benemerenza e di mecenatismo. Eppure tra tantissime mostre, io ne ricordo solo due: una relativamente recente, GREATER NEW YORK, nel 2000, mi pare, una bella panoramica orizzontale sulla creatività della grande mela, in cui erano stati scovati tutti gli artisti più bravi e innovativi (e nell’immenso calderone di New York non è facile); l’altra, molti anni fa, una bellissima, sull’Arte Povera, curata da Germano Celant che però si appropriò dello spazio, dell’allestimento, della comunicazione, del catalogo e di tutto ciò che riguardava la mostra, mandando in vacanza l’onnipresente rompiscatole Alanna Heiss.
Il grande Germano si confezionò la sua bellissima mostra sull’Arte Povera, trovandosi anche lo sponsor (la italiana Enel, se non vado errato, che all’epoca sborsò un miliardo di lire, cifra enorme a quel tempo ma i risultati furono eccelsi e a mia memoria la più bella mostra di Arte Povera). Insomma una bellissima mostra voluta, sponsorizzata e realizzata da Germano Celant.
A differenza di questa mostra di giovani artisti italiani di cui ci parla Sonia nella sua lettera e che dovrebbe aver luogo in ottobre: una mostra senza un curatore ma con un team curatoriale (Andrea Bellini, Klaus Biesenbach, Kazue Kobata, David Thorp e Neville Wakefield), in cui la parte del leone l’ha fatta Andrea Bellini perché gli altri curatori non sanno proprio dove sia l’arte italiana.
Però, come ben dice la nostra corrispondente Sonia Campagnola, si tratta di una mostra senza un progetto curatoriale, un Group Show, tanto per fare qualcosa.
E qui si pone il problema.

All’orizzonte, dalle acque limacciose del Chicago River, emerge il fantasma di Francesco Bonami, il pigliatutto

Vale la pena fare una mostra solo per farla nella grande mela? Il gruppo più importante e autorevole degli artisti dice di no, che a loro non interessa e che (giustamente) una mostra deve nascere con una idea, un progetto e una necessità. Non bastano dieci nomi buttati lì dall’Andrea Bellini che ora è più interessato ad Artissima che all’arte italiana a New York. Incominciano le prime defezioni; dapprima gli artisti di Massimo De Carlo, poi seguono quelli di Claudio Guenzani e ora anche di Emi Fontana. Quella mostra che ad alcuni appariva una folata di energia, ad altri una opportunità unica, ad altri ancora una (ri)conferma internazionale, improvvisamente appare priva di senso e di sex appeal.
Ora tutto appare meno interessante, ci sono pochi mezzi, gli artisti dovrebbero realizzarsi da loro le opere, non c’è catalogo, ecc. Tutto vero o forse no. Ma che importa. In realtà la mostra è di routine, un contentino all’Italia di cui non ci si occupa mai a New York (ha ragione Sonia, oggi premia più essere rumeni o lituani che italiani). Ma qualcuno dice che a sciogliere l’ammucchiata ci sia stato lo zampino di Francesco Bonami (che non ama molto le ingerenze italiche nella grande mela e che già soffre abbastanza la presenza di Massimiliano Gioni, che sta invece facendo un ottimo lavoro al New Museum, altro che P.S.1); quel Francesco Bonami che promette una più interessante, intensa, sfavillante mostra, con catalogo gigantesco, di arte italiana nel suo Museo di Arte Contemporanea che si rispecchia nel Chicago River.
Io non credo che tra le due mostre ci sarebbe stata una grande differenza qualitativa (gli artisti alla fine sono questi o poco più), però oggi un conto è partecipare a una mostra firmata dal povero Andrea Bellini e un conto è partecipare a quella di Francesco Bonami, asso pigliatutto.
O no? [...]
Giancarlo Politi

da quando le quotazioni dell’euro hanno superato quelle del dollaro anche l’Italia ha superato l’America. da oltre oceano chiedono elemosine con la presunzione di essere ancora capo mundi del colonialismo planetare. è terminata  l’era del piano Marchal, gli italiani ritornano ad essere i migliori. non è certo un’americana senza budget che può sostituire il metodo illusionista inventato dai latini. un’ americana senza budget non è un’americana fosse pure Alanna Heiss direttrice del P.S.1; senza soldi lavorano già da tempo le direzioni del vaticano, ma “loro” contraccambiano con indulgenze. un’americana che si permette di fare l’italiana invitando artisti italiani in un’america con l’immagine del pezzentume non qualifica la carriera dell’artista, casomai denigra la sua dimostrando di non aver capito molto di come funzionano le cose…
Antonio Picariello