Placide Tempels , La Philosophie Bantoue, soc. editrice il ponte vecchio.

http://www.bantu-languages.com/fr/

http://www.nigrizia.it/

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Vogliamo, invece, vedere se nella sua visione del mondo esistono per il Bantu principi costanti e ricorrenti, comuni ed irriducibili che fanno sì che il Bantu sia tale, e attraverso i quali gli individui si guidano, nella loro soggettività, alla ricerca, o meglio, all’ascolto di quella voce del sangue, a cui abbiamo già fatto cenno a proposito del linguaggio. 

E’ su questi principi, infatti, che si fondano ed innalzano gli spalti criteriologici, psicologici, sociologici ed etici. P. Tempels ha dimostrato che la criteriologia Bantu riposa sull’evidenza esterna, sull’autorità, saggezza e sulla Forza Vitale degli Antenati, ma anche sulla evidenza interna, cioè sulla esperienza della natura e dei fenomeni vitali.

Secondo Tempels il Bantu identifica l’Essere con la Forza Vitale. Le idee, il comportamento, tutta la cultura, non si svolgono secondo i principi di identità, di non contraddizione e sulla nozione di essere come atto, bensì sulla nozione di “Forza Vitale”, che ha valore di principio. “L’Essere è ciò che possiede la forza… L’Essere è la forza… la forza per il Bantu non è un accidente… è l’essenza medesima dell’Essere in sé” 

René Maran dice:  “Il negro ha la passione della Forza. I precetti morali che lo orientano, derivano quasi tutti dal culto che egli le rende”.

Tutte le manifestazioni socio-religiose perseguono lo stesso fine, quello di acquistare vigore, di vivere con esuberanza di rafforzare la vita ed assicurare senza interruzione la sua perennità nella discendenza:

 

“La Forza, la vita possente, l’energia vitale sono l’oggetto delle preghiere ed invocazioni a Dio, agli spiriti ed ai defunti…”.

 

Questa realtà ontologica si applica a tutto; malato è chi non ha forza. Intelligente è chi ha forza. La salute è la forza del corpo. Tutta la natura, il clima, il suolo, i fenomeni, le piante, gli animali ed i minerali non possono spiegarsi da se stessi, come dice il proverbio Kimbundu:

 

“Dibengu katuluké diie: uadiangela ku-di-banda” (Il topo non scende dalla palma se prima non vi si è arrampicato).

 

In altre parole, non vi è effetto senza causa.

 

Le cose conservano infinite virtualità nascoste che l’uomo non conosce con esattezza. Ed è frugando in questo “arcano” che il pensiero Bantu espleta le sue mansioni. La forza vitale è misteriosa ed è mantenuta da un sistema invisibile di energie e forze le cui relazioni reciproche non sono tutte chiare.

 

“Nel mio rapporto al primo congresso – dice Senghor – ho tentato di tratteggiare, a grandi linee, la metafisica negro-africana. Precisavo che era una ontologia, una scienza dell’Essere… Il Negro identifica l’Essere alla Vita: più esattamente alla Forza Vitale… Per costui (il Negro), una forza vitale, simile alla sua, anima ogni oggetto dotato di caratteri sensibili: da Dio sino al granello di sabbia”.

“In altri termini, tutto ciò è simile a quanto afferma il Padre Pierre Teilhard de Chardin quando scrive: ‘…il che equivale a dire che la Vita può essere considerata come sotto “pressione” da sempre e dappertutto nell’Universo, nascendo appena le è possibile, dovunque le è possibile; e, laddove è apparsa, intensificandosi quanto possibile nella immensità del tempo e dello spazio’ “

 

Ed alla domanda: che cos’è la Vita? – Senghor risponde:

 

“Per i Negro-Africani è una forza, una materia vivente, capace di accrescere la sua energia, di rinforzarsi o di deforzarsi. L’Essere-Forza Vitale è così in collegamento con altre forze se vuoI crescere e non deperire”.

Vivere, dunque, per l’uomo non è solo muoversi ed avere delle attività, ma è apparire con forma umana, occhi che captano, udito attento, freschezza, vigore, sensualità, per raccogliere le infinite onde della Vita.

ospitare, accogliere  

I verbi usati in Kimbundu per designare l’accoglienza dell’ospite sono prevalentemente due: kttzalela e kutam­bulula . E così li troviamo ad es., in Rom 12, 13: “Muzalela jinga asonhi” (fate di tutto per essere ospitali); 1 Pt 4, 9: “1Kala muthu a tambulule mukuà ” (siate ospitali).

Prima di inoltrarsi nell’analisi del loro significato va fatta un’importante osservazione sul verbo kimbundu: esso presenta delle modificazioni semantiche estremamente interessanti per mezzo di certe particelle e suffissi verbali, dando origine a significati diversi. Vediamo, ad es., come viene tradotta la frase di Mt 10, 20: “Non sarete voi a parlare, ma sarà lo Spirito del Padre Vostro che parlerà in voi”. La Bibbia kimbundu traduce: “… ki enu dingi mu zuela, maji o Nzumbi ia Tat’enu muene u zuelela moxi dienu”. Il kimbundu usa zuela, per il primo “parlare” e zuelela, per il secondo (che tra l’altro sta al presente e non al futuro).

Non è questa la sede per soffermarci sulle peculiarità di ogni forma. Ai fini della nostra ricerca ci limiteremo a osservare che delle forme in questione, non tutte coinvolgono il soggetto agente in egual misura. Le forme attive, iterative, passive, frequentative, ad esempio, toccano il soggetto nei suoi aspetti diremmo puramente sociologici e formali, mentre le forme relative, causative, determinative, coinvolgono il soggetto in tutta la sua dimensione etica, morale e antropologica, postulando un senso di responsabilità, del tipo di chi deve presentare i conti a qualcuno.

Torniamo ora ai nostri verbi impiegati per designare l’accoglienza dell’ospite: kuzalela e kutambulula. Il primo ha come verbo-madre kuzafa e in questa posizione significa propriamente “stendere una stuoia”; il secondo invece viene da kutambula e significa “ricevere”.

Il fatto che i bantu nel contesto dell’accoglienza dell’ospite usino le forme relativo-determinative, lascia intendere che essi compiono l’ospitalità non solo con la coscienza di una iniziativa puramente personale, e nemmeno come un cieco istinto di solidarietà, bensì lo fanno in ottemperanza di imperativi e dettami ben precisi e con una ben chiara consapevolezza della responsabilità che grava su di loro quando devono muoversi nell’ambito dell’ospitalità.  In  altre  parole  i  bantu  vedono nell’ospitalità una domanda e un dono mascherati che esigono una risposta ed un’accettazione concrete, attente e responsabili.

Stando così le cose, allora, si può capire adesso la parentela semantica tra mujitu (ospite) e ujitu (offerta). In questa prospettiva, dunque, il kuzalela non ci dà semplicemente il senso di stendere una stuoia per farvi dormire una persona, quanto il senso di stendere quella stuoia con riverenza, grazia e premura. Il kutambulufa non traduce semplicemente un ricevimento guidato da criteri individualistici e soggettivi ma, nel farlo, si deve dare il meglio di se stessi, perché chi ospita deve rappresentare tutta la comunità a cui appartiene, comunità che è composta dai vivi e dagli antenati, di cui parleremo più avanti.

Maria Antonietta Pappalardo