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Dall’esilio nella costa teramana dove ancora dimoro dopo il catastrofico sisma, inseguo i nervosi volteggi dei gabbiani, cromaticamente fusi con i grigi ed  bianchi delle sfrangiate onde.

L’empatico contatto esistenziale è bruscamente interrotto dalla sovrapposizione visiva di uno dei più drammatici quadri  di Van Gogh, Il campo di grano con corvi dipinto nel 1890 alcuni giorni prima del tragico suicidio, con i suoi lividi colori-presagio di una morte annunciata: dove erano andati a finire gli abbacinanti gialli dei girasoli?. Il capolavoro vangoghiano diventa subito, nell’inconscio, una lancinante metafora imbevuta della stessa luttuosa atmosfera che continua ad avvolgere la mia distrutta città disabitata.

Solo le leggere nevicate di questi giorni hanno steso un purificatore velo sulle montagne e montagne delle inamovibili macerie, implacabili, scomode testimoni dello sfracello urbanistico pervicacemente occultato ai suoi ex abitanti ed al mondo intero, con le manipolazioni mediatiche ben pilotate dal sig. b., da me ampiamente denunciate in precedenti articoli.

I brevissimi tratti del centro storico praticabili danno una falsificante quanto rassicurante idea, sia dei più che insufficienti lavori di puntellamento sulle provatissime facciate delle irriconoscibili  chiese, palazzi, case e monumenti, sia delle reali dimensioni dell’immane disastro.

Basta aggirare i varchi militarizzati della zona rossa, andare nella centralissima Piazza Sallustio, o in Via del Falco nella zona di S. Domenico, o peggio entrare nella sventrate Chiese del Duomo e di S. Maria Paganica con i loro vari metri in altezza dell’inestricabile intruglio di pietre, opere ed arredi sacri precipitati, per rendersi conto dell’apocalittica dimensione dell’accaduto.

L’imponente campanone e le altre campane salvate dalle due torri del Duomo, con i loro impreziosenti fregi, sono ora “appiedate”, deposte una accanto all’altra, nella parte sud della piazza vicino alla scultura bronzea novecentesca del d’Antino. La loro silenziosa, paralitica immobilità, certifica l’avvenuta celebrazione dell’imprevedibile messa funebre tributata all’intera città: quand’è che torneranno a svolazzare nel loro aereo nido per risuonare gioiosamente a festa?

Per demistificare le taroccate immagini mediatiche della città ossificata, basta chiedersi e  chiedere,  in modo poco urbano – a proposito delle chiese citate e delle tante altre accomunate dall’analoga mesta sorte – cosa abbia impedito fino ad oggi alla Protezione Civile o al Ministero per i Beni Culturali d’intervenire in maniera consona alla gravità dell’accaduto. Le lievi scosse registrate negli ultimi giorni, di poco superiori ai 3 gradi Richter, continuano intanto a dare ad esse ed allo slabbrato tessuto urbano, un ulteriore colpo mortale d’“assestamento” per l’atteso KO definitivo: ogni giorno che passa, Pompei s’avvicina, come purtroppo dimostrano le voyeuristiche  comitive d’uno pseudo turismo necrofilo.

A chi è addebitabile tanta sciatteria, indegna di un Paese civile che rischia di perdere per sempre l’ingente patrimonio monumentale e artistico di una delle più belle città d’Italia e d’Europa? Per di più in presenza di elevatissime professionalità in materia di tutela, salvaguardia e restauro,  all’avanguardia nel mondo? Non certo alle Soprintendenze, la cui comprovata competenza nel territorio è stata messa in un cantuccio da una insulsa, accentratrice gestione verticistica dei pochi interventi sino a qui effettuati, del tutto insufficienti a garantire il futuro e futuribile recupero di quegli inestricabili ammassi pietrosi. Alla faccia dell’invocato rigore filologico nella  riedificazione totale o parziale degli edifici di pregio o d’epoca mediante la prassi costruttiva dell’anastilosi. Quest’ultima presuppone una scientifica catalogazione delle rovine per poter poi rimettere su pietra su pietra, frammento su frammento (anche dei numerosi affreschi andati in malora). Una prima risposta in merito la danno le miserrime risorse finanziarie destinate alla cosiddetta ricostruzione pesante in generale ed a quella dei Beni culturali in particolare.

Ma, non si tratta solamente dei miliardi e miliardi di euro mancanti all’appello rispetto alle oggettive necessità. Con un solo esempio cercherò di chiarire l’assunto critico di un pacato ragionamento. Una decina di giorni prima della celebrazione della solenne messa di Natale nella Basilica di S. Maria di Collemaggio, pile di macerie ancora ammucchiate nelle navate e il tetto sventrato facevano pena da un lato e rabbia dall’altro. Una volta decisa la riapertura natalizia, dalla forte valenza simbolica soprattutto a livello mediatico, una forsennata corsa contro il tempo (si rilegga il trionfalistico comunicato nel sito ufficiale della Protezione Civile) ha consentito così agli aquilani di rientrare, anche se per qualche ora e con lo strazio nel cuore, nella loro maciullata chiesa. A ch’era dovuta tanta solerzia? Come mai il tetto in policarbonato trasparente non era stato posizionato già all’indomani del sisma, per proteggere dalle intemperie (piogge e nubifragi verificatisi a più riprese), tutto quel ben di dio memoriale ed estetico inopinatamente precipitato? La disarmante risposta è la seguente: senza i 200.000 euro donati per la messa in sicurezza e la copertura, dalle fondazioni Bancarie e dalle associazioni delle Casse di Risparmio (da privati, cioè), ancor oggi staremmo al punto di partenza, come purtroppo siamo per il Duomo, S. Maria Paganica, S. Pietro, S. Silvestro, S. Giusta, S. Marciano, S. Vito, S. Flaviano, S. Marco e tutti gli altri Santi, Sante e Beate (mi riferisco in particolare alla chiesa della Beata Antonia in via Sassa con i suoi stupendi affreschi quattro-cinquecenteschi) abbandonati per strada quasi fossero invisibili barboni. Il pericolo delle predazioni, anche su commissione, da parte di ladri disposti a tutto, è incombente. Proprio qualche giorno fa, quasi un intero pulpito cosmatesco in marmo del XII secolo d’inestimabile valore non solo economico, è stato smontato e in gran parte portato via dalla chiesa di S. Pietro a Rocca di Botte nella Marsica. Andare nella chiesa di S. Vito alle 99 Cannelle, forzare l’attiguo cancello in ferro e prelevare a piacimento i reperti confusamente ammassati all’aperto è un giochetto da bambini. E dire che nel bilancio del Ministero per i Beni Culturali esistono stanziamenti ad hoc del tutto inutilizzati.

Allorché saranno fatti i conti in tasca alla Protezione Civile, in attesa della diffusione dei dati analitici relativi alle spese effettuate per l’inutile, farsesca  tenuta del G8 a L’Aquila, ne vedremo, molto probabilmente, delle belle. Quest’ultima affermazione scaturisce direttamente dall’inchiesta condotta recentemente dal giornale “La Repubblica” circa lo sperpero, da parte della benemerita, di 327 milioni di euro, per il mancato G8 alla Maddalena spostato all’ultimo momento a L’Aquila. Nell’isola erano state realizzate due mega-strutture di lusso a cinque stelle, oltre al recupero dell’Arsenale e via dicendo. Non solo. Mentre non si è creato alcun posto di lavoro, una serie di guasti, come soffitti crollati, intonaci scrostati e lavori non ultimati (cavi elettrici e tubi a vista) hanno dato una desolante riprova del disinvolto sperpero delle risorse finanziarie pubbliche, vale a dire della imposte e tasse pagate dai cittadini non-evasori. Dopo la denuncia dello scandalo, il dr. Bertolaso si è precipitato nell’isola per mettere una serie di toppe riparatrici. Intanto nel parlamento è in corso di approvazione la legge con cui la Protezione Civile sarà di fatto privatizzata con la sua trasformazione giuridica in Società per azioni, il cui budget s’aggirerà sui 2-3 miliardi l’anno. Un bel forziere per il sig. b. e per i futuri premier, da cui si potrà liberamente attingere con la girandola d’insindacabili ordinanze senza peraltro il “noioso” obbligo di rendicontazione alla Corte dei Conti.

Sempre a proposito di cifre, si consideri che per la prima consegna rateale-mediatica delle C.a.s.e.tte a Bazzano, sono stati disinvoltamente spesi 300 mila euro per l’affitto di telecamere, maxi-schermi, impianti elettrici e di illuminazione, computer ecc. (si veda la documentata inchiesta su “L’Espresso”).  Intanto ecco quanto hanno denunciato ieri l’altro, sui giornali, gli aquilani dirottati (circa 900) nella little towns di Pagliare di Sassa (a circa 15 km. dal capoluogo): “L’acqua caduta abbondantemente nei giorni scorsi, è pericolosamente arrivata fino alle porte degli alloggi situati a piano terra, dopodiché si è trasformata in una grossa lastra di ghiaccio. Le cadute di bambini e persone anziane, avvengono, purtroppo regolarmente”. E poi, l’ambulanza bloccata per carenza di strade d’accesso, gli scarichi mefitici, la continua mancanza d’acqua e di elettricità, con i cavi ancora a vista, e via di questo passo. Ancora: i laghetti emergenti nei pressi delle c.a.s.e.tte di Preturo e Scoppito costruite su terreni alluvionali, con conseguente riflussi. Se non ci crede, venga a constatare di persona, dr. Bertolaso!

Non fosse altro che per queste piccole questioni terra terra, non mi convince la Sua deamicisiana lettera con cui ha preso congedo da noi aquilani. Della stessa mi limito a farLe notare un lapsus freudiano, là dove testualmente scrive: “Non sono ancora passati dieci mesi dal sisma e in questo periodo, lavorando giorno e notte, abbiamo costruito l’equivalente di una nuova cittadina di 20 mila abitanti”. Bel capolavoro, dr. Bertolaso! Il suo “equivalente” di cemento, non coincide affatto con una cittadina di 20.000 abitanti, avente una sua identità storica, economica, artistica, culturale e sociale, bensì con 19, dico 19, ghetti-dormitorio del tutto avulsi, anzi alieni rispetto al precedente contesto caratterizzato da un’altissima qualità di vita.

Quanto alla suggestione antisismica delle costosissime c.a.s.e.tte “regalate”, bontà Sua e del sig. b. a fortunati terremotati tuttora sotto schoc, La prego cortesemente di prendere visione d’una significativa e-mail inviatami da un assegnatario d’un appartamentino nelle c.a.s.e.tte di Bazzano (all’indomani del sisma gli aquilani e gli altri terremotati abruzzesi hanno familiarizzato molto bene con i diminutivi di ogni tipo): “22,21 del 31 gennaio 2010. Scossa magnitudo 3,2 della scala Richter: la terra trema, la C.A.S.A. trema, anzi balla, un ballo di  due salti consecutivi, accompagnati dallo scricchiolio di mobili e finestre. Così è stato a Bazzano, a Sant’Elia, a Pagliare di Sassa! “Non sentirete niente, non vi accorgerete che fuori fa il terremoto”, aveva promesso il rassicurante Premier-Pinocchio. Ma la C.A.S.A. si muove e stramuove. È  successo con questa scossa di 3,2 come s’era già verificato qualche giorno fa con l’analoga di 2,1. Cosa avverrà  con un’onda sismica di maggiore intensità? Assolutamente nulla, dobbiamo stare sicuri. Ma il “collaudo” di questa tipologia di costruzione, in Italia, lo faremo ancora una volta noi esclusivamente sulla nostra pelle. Spero che il momento del test decisivo, secondo me già fissabile sui 4-5 gradi Richter (a 6 e rotti è meglio non parlarne), non arrivi mai. Ieri sera mia madre anziana, quando è riuscita a scendere dal letto, aveva il viso pallido e la voce in gola: ho rivisto sul suo alterato volto lo stesso terrore del 6 aprile”.  Prenda nota: a futura memoria, dr. Bertolaso!

* Critico d’arte – Art Director del Centro Documentazione Artepoesia Contemporanea Angelus Novus, fondato nel 1988 (L’Aquila, Via Sassa 15, ZONA ROSSA). Attualmente “naufrago” sulla costa teramana. antonio.gasbarrini@gmail.com