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Antonio Picariello, Cinzia Mastropaolo, Michelangelo Janigro

Janigro è tra gli artisti più sinceri e costanti nel rapporto linguistico di ricerca visiva tra post-modernismo e labirynt-millennium a. p.

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CANOVACCIO DELLA COMUNICAZIONE TENUTA DA ERNESTO SAQUELLA, Il 6 MARZO 2007, PRESSO L’OPEN SPACE DE “IL SORBETTO” AD ORATINO.
 
L’ultima mostra antologica in cui fu possibile vedere riunite un numero significativo di opere del Maestro Marcello Scarano risale ad una quindicina d’anni fa. Mostra che fu allestita, su pannelli mobili, all’interno delle stanze del Convitto Nazionale Mario Pagano di Campobasso. Pertanto i diciottenni di oggi, magari neo diplomati del locale liceo artistico molto difficilmente avranno avuto occasione di vederne direttamente una raccolta. È stata questa la principale – ma non l’unica – ragione che ci ha spinti ad organizzare nell’Open Space del Sorbetto di Oratino un piccolo omaggio all’assoluto genio di Marcello Scarano. Tanto piccolo e limitato omaggio, quanto significativo per le implicazioni e gli interrogativi che solleva alla coscienza dei molisani tutti.
Per quanti tra voi sono qui per la prima volta è doveroso ricordare che le attività espositive de “IL SORBETTO” sono iniziate nel 2005, quasi contemporaneamente all’apertura del locale. Il proprietario Antonio Fatica ha messo a disposizione la struttura affidando – sin da subito – la direzione artistica al Maestro Antonio Porpora Anastasio: un connubio vincente. Nel tempo altre energie sono confluite sul progetto che ha visto, per quel che riguarda le arti visive, una interessante successione di mostre che dal 2005 terminerà alla fine dell’anno in corso: Michele Gammieri, Ernesto Saquella, Mario Serra, Michelangelo Janigro, Gino Fiorucci, Marcello Scarano, Vincenzo Mascia, Gabriele Fanelli, Elio Cavone. Questa è solo una prima successione, perché negli anni a venire ci sarà spazio per tutti gli artisti molisani, professionisti e non, che vorranno umilmente partecipare per essere parte attiva d’un progetto di lungo respiro. Lo si è fatto in tono dimesso, quasi sotto voce, lasciando parlare le opere esposte… 
I luoghi in cui si può “incontrare la cultura”, passatemi quest’espressione che pur stressando il concetto però lo rende con grande immediatezza, non possono essere statuiti per decreto legge. Non si può decidere a tavolino se un luogo sarà una galleria d’arte ed è parimenti folle attaccare un’insegna su cui si statuisce che quello spazio sarà – da quel momento in poi – un caffè letterario! Invece, proprio in questa accogliente gelateria d’Oratino si susseguono presentazioni, serate a tema musicale, incontri con fotografi e molte altre occasioni di confronto. Ma, SOPRATTUTTO, questa gelateria è diventato il luogo in cui è possibile incontrare molti degli artisti molisani – e non – :  scultori, pittori, fotografi, musicisti, scrittori e poeti. Tutto ciò è accaduto progressivamente, gradualmente e naturalmente, per inclusione e mai per esclusione. Per il piacere di discutere e di confrontare le proprie idee con quanti sono portatori d’idee anche molto diverse dalle nostre. Per il circolo virtuoso che Antonio Fatica, nostro anfitrione, ha saputo alimentare e generare con un atto di generosità: vulgo, assumendosi l’intero onere delle spese vive e rimettendo la direzione artistica nelle mani d’un professionista indiscusso: Antonio Porpora Anastasio che è il direttore artistico, ANCHE, del festival internazionale di musica di Ravello. C’è poi stata una progressiva, entusiastica e significativa adesione dei tanti che hanno collaborato fattivamente e senza alcun tipo di “ritorno d’immagine” personale, come s’usa dire oggi…
Questa lunga premessa era necessaria per comprendere perché HIC ET NUNC, qui ed ora, ancora meglio SOLO QUI ED ORA, sono state rese nuovamente disponibili alla visione del pubblico un certo numero di opere di Marcello Scarano. Non è un caso.
Dopo aver letto la locandina della mostra un giovane mi ha posto questa “semplice” domanda: ma perché Marcello Scarano è così poco presente nelle attività espositive ufficiali degli Enti Locali?
Domanda diretta e quesito ineludibile, a cui non intendo sottrarmi. Ho risposto ricordando che Marcello Scarano è Morto nel 1962 ed è quindi impossibile che possa essere tra quanti continuamente bussano alle porte dei vari assessori, sindaci e presidenti degli enti locali. Chi è vivo, pur se mediocre e forse proprio per questa ragione, riesce ad avere udienza, attenzione e talvolta riceve finanziamenti per poter realizzare, magari financo con cadenza annuale, tutta una serie di eventi marginali, ridicoli e per certi versi dannosi. Paradossale? Assurdo? Fantascientifico? Indubbiamente si, ma è ciò che si verifica nella nostra amatissima regione Molise.
Questa è stata la seconda ragione per cui abbiamo voluto, fortissimamente voluto, realizzare un omaggio a Marcello Scarano. Gli addetti ai lavori ed i collezionisti d’arte hanno di certo contezza delle scale di valori ed è pertanto inutile rivolgerci a loro, ovvero a chi ha già un sufficiente livello di conoscenza. Invece abbiamo reputato che fosse utile porre la questione al centro di un più ampio ed articolato dibattito culturale, per rompere il silenzio assordante, per avvicinare i giovani all’opera di un genio della pittura italiana della prima metà del XX secolo. Un pittore che può essere considerato, a tutti gli effetti, un esponente della Scuola Romana. Quella di Scipione e Mafai, tanto per intenderci.
à (citare lettera di Giulio Carlo Argan) ß
Chi vi parla è un artista professionista quasi cinquantenne che vive a Campobasso e tiene studio della borgata di S. Stefano. Quindi non un critico e tanto meno uno storico dell’arte. Il mio contributo dovrà, pertanto, limitarsi a testimoniare li valore che l’opera di Marcello Scarano ha avuto sull’evoluzione mia e della mia generazione. Su tutta una generazione di creativi, a prescindere dai mezzi che hanno poi scelto per esprimere la loro arte.
In tal senso vorrei evidenziare la presenza di un’altra figura che giganteggia nella storia dell’arte e della cultura della prima metà del XX secolo: lo scultore Antonio Venditti. Scarano e Venditti sono i giganti sulle cui spalle possono trovare posto quanti vogliono, umilmente e proficuamente, continuare a lavorare nel solco di una Tradizione molisana. Si, siamo nani sulle spalle di giganti ed è solo grazie a questi ultimi che possiamo vedere ben più lontano…  L’ultima – LA SOLA? – grande mostra realizzata per Venditti risale al 1984 e fu organizzata grazie alla sensibilità dell’allora assessore alla cultura del Comune di Campobasso, Adalberto Cufari. Poi scende un silenzio totale. Non intendiamo polemizzare con quanti, in perfetta buona fede e ritenendo di fare cosa giusta, hanno canalizzato energie e risorse finanziarie su altri esponenti del variegato mondo delle arti visive molisane: l’accademico Trivisonno ed i tanti viventi che hanno sfornato mostre e cataloghi a cadenze imbarazzanti. Non solo, perché alcuni dei “viventi” hanno ritenuto, bontà loro, d’improvvisarsi storici e critici d’arte, essi stessi organizzatori di rassegne periodiche, d’improbabili e risibili eventi auto-referenziali. Occorre evidenziare che tutto ciò non sarebbe potuto accadere in un contesto diverso con un diverso sistema di contrappesi, dove gli Enti non finanziano, indifferentemente, la mostra di Venditti o Scarano, da una parte, e dall’altra quelle proposte da qualche hobbista della domenica o dall’associazione culturale presieduta da benemeriti dopolavoristi. 
Cosa rispondere se qualcuno tra i presenti, oggi, dovesse chiederci a chi attribuiamo la responsabilità d’una tale situazione di mediocrità diffusa? Ribalto a voi l’interrogativo. È più colpevole chi entra in un assessorato proclamando d’essere Napoleone Bonaparte redivivo o chi l’accoglie con un: “prego Imperatore, s’accomodi pure, siamo a sua disposizione”?
Riproporre le opere di Marcello Scarano equivale a lanciare un guanto di sfida verso un sistema che s’è avvitato su se stesso, che s’è avvitato sulla mediocrità e sull’auto-referenzialità. Dobbiamo uscire fuori da questa strisciante sindrome della riserva indiana della molisanità. Dobbiamo avere il coraggio di chiedere e favorire la riflessione critica di chi è terzo rispetto a noi. Di prendere atto delle valutazioni, di farne tesoro per decidere chi e cosa sia meritevole d’attenzione e, qualora sia possibile, dei finanziamenti delle pubbliche amministrazioni.          
 La vita ed il Magistero artistico di Marcello Scarano sono stati per me e per quelli della mia generazione un esempio vivo e vitale di come si possa produrre cultura anche decidendo di restare in un contesto che apparentemente può essere definito marginale. Di certo marginale era il Molise degli anni quaranta, cinquanta e sessanta, ma Scarano ha dimostrato che un professionista poteva vivere qui e produrre opere che stessero quanto meno al pari con quanto si produceva allora in Italia. Scarano ci ha lasciato un tesoro immenso, migliaia di quadri affidati alle mani d’un numero molto alto di collezionisti. Anche in questo possiamo cogliere una lezione che giriamo” – pari pari – alle nuove generazioni di artisti: lavorare da professionisti, dedicare la propria vita unicamente all’arte. Quindi affrontare il primo, ineludibile, vaglio generato dal mercato, dai collezionisti. Perché un artista produce per un pubblico reale, in carne ed ossa, e non solo per qualche circuito alternativo di associazioni culturali, di spazi pubblici e di riviste specializzate.  
Un grande Maestro del primo ‘900, Klee, amava ricordare ai suoi allievi che un albero isolato è difficilmente valutabile; solo all’interno d’una foresta saremo in grado di stabilire se è un albero alto o basso, a chioma folta ecc. ecc. Fuor di metafora credo fermamente che sia necessaria tutta una pluralità di presenze e di azioni e che pertanto anche le associazioni culturali di  professionisti e non siano parimenti utili. Lo affermo sinceramente e senza alcuna vena ironica. Ma, allo stesso tempo, voglio affermare con altrettanta fermezza che quando gli hobbysti ed i dopolavoristi prendono il sopravvento ed addirittura sono messi nella condizione di poter gestire le cose dell’arte, di pontificare sul valore degli artisti… ebbene allora la misura è colma. Anche chi è rimasto per decenni in silenzio sente il dovere etico e morale di testimoniare che le cose non stanno così.   
 Che esiste un’altra visione ed un’altra pratica dell’arte. Che anche nel piccolo Molise si può vivere unicamente della propria arte. Esistono artisti professionisti del calibro dello scultore GABRIELE FANELLI che possono essere considerati i degni eredi di Antonio Venditti. Così come MICHELE GAMMIERI, MARIO SERRA, MICHELANGELO JANIGRO e PAOLO CARDONE possono essere considerati i degni continuatori di Marcello Scarano. Osservate con attenzione i paesaggi ed i ritratti che oggi sono esposti qui, intorno a voi. Non sono paesaggi e ritratti accademici ma, bensì, paesaggi e ritratti dell’anima… luoghi ed abitanti d’una terra elettiva che ritroverete – seppur mutati ed attualizzati – nelle tele e nelle fotografie degli artisti appena citati.     
 Dalla Buona Terra di Oratino, sei marzo duemilasette.

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.. dalle poesie giovanili del Papa, alla ricerca della verità del Leopardi, il Foscolo, Hesse, Tangore, Pavese, Pasolini recitate dalla voce dell’attore Aldo Gioia, all’ascolto silenzioso e interpretativo del pittore emblematico Antonio Pettinicchi, alla traduzione musicale dei colori e delle forme dell’opera visiva da parte di Franco Nesi e Giulio Costanzo partecipi con i Ketoniche e Ivana De Luca alla composizione dei suoni e del linguaggio econico che parte da una sensazione primordiale, un Big-Beng e si espande nel cosmo per rinascere in un ciclo esistenziale senza tempo dove la vita è suono, presenza sonora che stabilisce inconsapevolmente la forma, la funzione e il gesto ripreso dagli artisti visivi e ritradotto in immagini oculari. Giordano, Mastrangelo, Gentile Lorusso, Mascia, Manes, Carafa, Pellegrini, Pietroniro, Macolino, Mignogna, Verrilli, Borrelli, Marini, Faralli, Barone, Peri, Frani, Janigro, Laurelli, Napoli, De Soccio, e Lino Mastropaolo cui questa rappresentazione continua si dedica. La sua tela bianca suggerisce la scomparsa ma grida la sua presenza ammonitrice sul riscatto ereditario per la promessa che tutti gli operatori delle arti in Molise, avrebbero fatto sempre la cosa giusta per questa terra. La cosa giusta è dare verità con le arti. E la danza di T. Carano Lo Giudice e Peto dello studio di Renato Greco, chiude di la complessa macchina sinestetica molisana, interpretando la leggerezza antigravitazionale dei suoni aerei dei fiati e l’euritmia terrestre delle percussioni, una sorta di sospensione tra volo aereo e sinuosità geo-serpentine. Allora lo spettacolo ci dice che non ci sono più tempi per compromessi e gli smarrimenti della nostra vera identità, prima sannita poi molisana. Antonio Picariello