novembre 2006


Verso la fine degli anni 1940, mentre molti plaient movimenti artistici e scuole, un gruppo di critiche e di storici d’arte che si erano aggiunti ai conservatori di musei d’arte moderna, si è riunito nei locali dell’Unesco per organizzare due congressi (nel 1948 e nel 1949). Il suo scopo era di confrontare i punti di vista sulla vocazione della critica d’arte, di analizzare le sue responsabilità reciproche di fronte agli artisti ed al pubblico e sottolineare la natura specifica dei suoi contributi nel campo della storia dell’arte. Provenendo dal mondo intero, questo gruppo riuniva le personalità più prestigiose dell’epoca: André Chastel, jorge Crespo de la Serna, Pierre Courthion, charles Estienne, chou Ling, miroslav Micko, sergio Milliet, marc Sandoz, gino Severini, James Johnson Sweeney, albert Tucker, Lionello venturi, eduardo Vernazza, marcel Zohar, paul Fierens, Herbert Read, etc. A seguito di questi due congressi internazionali tenuti all’Unesco, l’Associazione internazionale delle critiche d’arte (AICA) fu creata nel 1950 ed accèda alla fila di ONG nelle 1951. AICA riunisce specialisti desiderosi di sviluppare una cooperazione internazionale nel settore della creazione artistica e della sua diffusione culturale. La AICA raccoglie circa 4000 professionisti dell’arte che provengono da circa 70 paesi attraverso il mondo e si organizza in 61 sezioni nazionali ed una sezione aperta. La AICA è particolarmente bene rappresentata in tutte le regioni dell’Europa, in Australia, in America settentrionale e del Sud e nei Caraibi. Conta anche sezioni nazionali molto attive in Medio Oriente (Israele, Libano) ed in Asia (Giappone, Hong Kong, Pakistan) ed un certo numero di sezioni africane sono state fondate da alcuni anni. Nel corso dei quindici anni scorsi, i congressi annuali si sono tenuti in luoghi come i Caraibi, Hong Kong, Lubiana, Macao e Tokio come in Europa. Inoltre le recenti conferenze internazionali organizzate dalla AICA si sono svolte a Dakar, Istanbul e molto recentemente Addis Abeba (gennaio 2006) Obiettivi del AICA I principali obiettivi del AICA sono leggermente evoluti nel corso degli anni. Così, sono stati ridefiniti nel novembre 2003, per sottolineare più prima dell’opinione principale dell’associazione, le sue ambizioni transculturali ed il suo approccio interdisciplinare. Così come sono attualmente enunciati, i principali obiettivi del AICA sono: – promuovere la critica d’arte come disciplina e contribuire alla sua metodologia – proteggere gli interessi morali e professionali delle critiche d’arte facendo valere in comune i diritti di tutti i suoi membri – mantenere un collegamento permanenti tra i suoi membri con l’aiuto delle tecnologie disponibili ed incoraggiando le riunioni internazionali – contribuire alla comprensione reciproca delle arti visive e dell’estetica di tutte le culture – favorire le relazioni professionali oltre ai limiti politici, geografici, etnici, economici o religiosi – difendere impartialement la libertà d’espressione e di pensiero ed opporsi ad ogni censura arbitraria Condizioni d’adesione alla AICA I candidati sono eletti dai loro paia a bollettino segreto. Per essere eleggibili, devono fornire documenti che attestano di un’attività regolare al corso degli ultimi tre anni, in uno o più dei settori seguenti: – la stampa quotidiana o periodica, la radio, la televisione o il video, i mass media elettronici – la pubblicazione di lavori che dipendono dalla storia dell’arte, dall’estetica o dalla critica d’arte, – l’insegnamento della critica d’arte, della storia dell’arte, dell’estetica, della storia delle esposizioni e del lavoro curatorial a livello universitario o superiore, – l’organizzazione di esposizioni e l’analisi a fini pedagogici o eruditi, compresa la redazione di testi eruditi o critici per musei o gallerie, il cui scopo principale non è di natura commerciale. Generalità Situata all’incrocio delle culture, la AICA di cui lo objcetif principale è di servire la creazione contemporanea, è attualmente in una situazione ottimale per vedere il suo ruolo e la sua influenza aumentare attraverso il mondo, grazie all’ampiezza della sua rappresentazione ed ai contatti che mantiene.

L’AICA/ Association Internationale des Critiques d’Art, est une ONG fondée en 1948-49 sous le patronage de l’UNESCO dont les buts et les missions sont de renforcer mondialement la libre expression de la critique d’art et d’en assurer la diversité.
Son bureau est situé à Paris et représente près de 4200 membres, répartis dans les 64 sections que compte l’AICA dans le monde entier. Son fonctionnement est entièrement financé par les cotisations de ses membres, membres honoraires et Bienfaiteurs.

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Psychedelicon è il Satyricon di Petronio riscritto ed ambientato nella Londra dell’estate 1969, l’ultima estate dell’amore. Un romanzo che utilizza il punto di vista irriverente della tradizione satirica latina per rappresentare gli esaltanti, controversi e imprescindibili anni Sessanta. Trama e personaggi trovano precisi riscontri nell’opera petroniana: Encolpio è un musicista che aspira ad incidere l’album d’esordio, Gitone un giornalista di rivisteCover Psychedelicon.jpg underground, Ascilto uno spacciatore senza scrupoli, Eumolpo un apostolo della poesia Beat. Sullo sfondo ci sono uomini e avvenimenti che hanno reso i Sixties il decennio dopo il quale il mondo non è più stato quello di prima. Beatles, Dylan, Hendrix ma anche il Free Cinema di Lester, la Pop Art di Warhol, il movimento contro la guerra in Vietnam, le gesta calcistiche di George Best e il massacro di Cielo Drive. Luci multicolori e ombre deformanti dell’era psichedelica. Perché Psychedelicon vuole essere il Satyricon di quell’era.

Francesco Prisco, giornalista studioso di letteratura, cinema e musica, è nato a Pompei nel 1976. Vive tra la provincia di Napoli e quella di Firenze scrivendo per “Il Sole 24 Ore”. Ha pubblicato il saggio L’ultima produzione narrativa di Pratolini (“Critica Letteraria”, 2001). E’ autore dei cortometraggi autoprodotti L’odore della morte (2001), vincitore del “Premio Europeo Massimo Troisi” di Tirrenia come migliore opera prima, e Alda (2002). Psychedelicon è il suo primo romanzo.
Francesco Prisco
Psychedelicon
Guida Editore
ISBN 88-6042-145-4
Euro 10,80

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Termoli è una città di circa 31.000 abitanti situata sulla costa adriatica da cui è facile raggiungere le Isole Tremiti- Le origini sono molto antiche, riferibili per lo più al periodo preistorico-Nel corso dei secoli appartenne a Federico II (che forse edificò il castello della città) e a numerose famiglie nobili-San Basso, festeggiato ogni anno il 5 dicembre, è il patrono-ll centro storico della città, di origine medievale, si sviluppa su un promontorio della costa adriatica ed è dominato dalla possente mole del Castello federiciano eretto nell’XI secolo collocato al centro di un’area completamente fortificata con mura e torri di avvistamento. Nel centro storico è impiantata anche la Cattedrale di san Basso, sorta, nel XII secolo, sui resti di precedenti edifici di culto. La facciata è a capanna e nella parte bassa è decorata da una serie di arcate cieche. L’interno ha tre navate absidate. Un richiamo visivo sono anche i trabucchi che venivano anticamente utilizzati dai pescatori per issare le reti dopo la pesca. Alcuni sono ancora funzionanti. Come ebbe a dire Tony Vaccaro, da questi luoghi è possibile guardare il pianeta…

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La danza dell’ultima polvere elettrica della sera

Il presente lavoro è una ricognizione attorno al tema della lontananza-vicinanza acustico visiva del paesaggio, assieme alle musiche eseguite dal gruppo che si è formato attorno al progetto L.E.E.D.D.
Esso fa parte di un progetto d¹opera audiovisiva, “L’ultimo sguardo di Orfeo”, che fa capo al tema della  visiva e della voce sonora del paesaggio, e alla conservazione di uno sguardo e di un ascolto sul mondo attraverso la loro consunzione. La composizione di questo lavoro tiene assieme il piano acustico e quello visivo in modo indissolubile. Nella forma di questo concerto la musica è in parte affidata  al gruppo L.E.E.D.D.
Dentro quest’opera vive una trasfigurazione, un viaggio che vive in una serie di frammenti esposti in una sequenza irripetibile. Dico irripetibile perché il progetto definitivo prevede una multivisione di elementi audiovisivi permutabile ad ogni esecuzione dal vivo. Esattamente come accade per la memoria e le sue capacità di raccontare per immagini, ogni volta rinnovantesi nel loro ordine precario, legato allo sforzo rammemorante.
Riprendere-ricordare-rammentare un paesaggio attraverso l¹occhio della telecamera per dare testimonianza di variabilià costante di visioni e degli ascolti.
Nel flusso immagini-suoni emergono superfici, strati su strati di materiali esposti per velature di colore e trasparenze. Il lavoro avviene per dissolvenze, sovrapposizioni di sequenze, ghostings, sfasature d¹immagine che vengono vissute come difetti di visione, difetti di memoria: perdite di equilibrio visivo e quindi aperture verso altri equilibri, altre visioni o altri ascolti.
Tutto quello che, come Orfeo, osserviamo porta il segno della consunzione, dentro di sé e nello sguardo stesso: guardare il paesaggio significa anche “perdere” la forma del paesaggio stesso e affrontare la sua metamorfosi.
Lo spazio di questo frammento di lavoro è quello di geografie reali che si snodano tra Milano e Marghera: i residui industriali e le architetture che colorano e strutturano, con la loro consistenza-inconsistenza, i pieni e i vuoti del flusso filmico fanno capo ad una sorta di ricomposizione del paesaggio-spazio esploso-frammentato e ricomposto attraverso il montaggio audiovisivo.
L’esigenza che muove questo lavoro è quella di definire i luoghi di risonanza di una memoria legata al paesaggio e alle metamorfosi che esso porta con sé e provoca: nei primi anni 80 venni ad abitare a Mestre e osservando a sera il cielo che stava sopra la stazione e la mia casa vicina, vedevo una luce particolare e a tratti quasi bella. Vedevo i colori che il cielo prendeva da quella luce formata dall’illuminazione della stazione, dello scalo, dal porto e dalle fabbriche di Marghera. Il prodotto estetico che io fruivo era il risultato di un paesaggio industriale, l’ambiente che stava vicino a casa mia: ne percepivo luci e suoni lontani. Tempo dopo scoprii che la luce di quelle sere e notti era data anche dallo sbocco dei fumi di alcune fabbriche di Marghera: polvere ed elettricità di quelle emissioni luminose e dannose allo stesso tempo. Da queste immagini venne l’idea di ricostruire un paesaggio visivo e acustico che avesse come fonte “la danza della polvere elettrica della sera” con i suoi colori, suoni e nello stesso tempo consideravo che quell’ambiente era fonte di emissioni nocive per chi viveva vicino ad esso. Fruire di quel paesaggio, lavorarci dentro, viverci significava consumarsi dentro di esso respirare quella polvere e vivere dentro quella forma di elettricità area. Il mio lavoro acustico visivo è un tentativo di riconoscimento di questo  mondo, per costellazioni di immagini e suoni.

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