gennaio 2007


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Ciao Antonio,
La mostra si Intitola INCROMA (Dal greco In_Colore o Dentro al colore)
Si terrà presso mycupoftea a ROMA via del Babuino,65, dal 19 gennaio
2007

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Caro Antonio,

visto che al terzo appuntamento del 21/12/ 2006 non sei potuto intervenire, ti invio le foto relative all’intervento che ho realizzato per quella occasione.
Il titolo è “gioca con me” e funziona in questo modo: ho messo a disposizoione di chiunque volesse cimentarsi in una composizione libera di forme e colori, una settantina di mattoncini di legno (cm 10x10x5) ricoperti di polvere di marmo e terre colorate in tutte le gradazioni (come le aste che tu già conosci).
Ho coinvolto a “giocare con me” prima gli amici artisti e poi tutti gli altri. Naturalmente documentavo man mano tutte le realizzazioni con foto tipo “polaroid” che attaccavo alle pareti, creando una composizione artistica anche in questo senso.Devo dire che è stata una bella esperienza , non compiuta però, perché metà delle foto ( circa 150 ) non sono state affisse, in quanto la mostra è durata solo 3 giorni; un motivo in più per ripetere l’intervento ,spero con la tua presenza..
Ti invio parte del materiale in modo che tu possa fartene un’idea.

Ti saluto con affetto Cecilia Falasca

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Oggi 4 Gennaio 2007 nelle prime ore del mattino è venuto a mancare il fotografo romano Alfredo Libero Ferretti, uno dei più significativi esponenti del panorama artistico italiano dell’ultimo dopoguerra.
Ferretti era nato a Roma nel 1919. Negli anni Trenta aveva svolto le sue iniziali esperienze da fotografo presso lo studio Luxardo. Dopo un primo periodo in cui si era dedicato alla fotografia di moda e poi più in generale a quella documentaria – a questo proposito va ricordata la sua attività di ritrattista dei principali artisti romani degli anni Cinquanta e di intellettuali attivi nella capitale in quello stesso periodo -, la sua ricerca si era concentrata sulla fotografia creativa. Le bromografie e le fotobromografie rimangono le sue produzioni più originali: rappresentazioni stratigrafiche delle esperienze visive e delle elaborazioni intellettuali e spesso ironiche dell’autore, sedimentatesi nel tempo. Tutte denunciano un forte legame con Roma le cui icone archeologiche e architettoniche ritrovano nelle opere di Ferretti un nuovo senso e una nuova estetica. Accanto all’attività artistica Ferretti si è sempre dedicato anche a quella didattica prima negli Istituti d’Arte e poi nelle Accademie di Belle Arti di L’Aquila e di Roma.
Hanno scritto di lui – tra gli altri – Enrico Crispolti, Giorgio di Genova, Guido Montana, Murilo Mendes, Lorenza Trucchi, Luciano Marziano e Federica di Castro.

base home foto.jpgLa prima domanda è d’obbligo: perché hai accettato di collaborare al progetto dei Blend Project con l’inserimento delle tue opere nel libriccino del CD?

Il percorso dei Blend Project s’è incrociato con il mio grazie all’intervento di un musicista che è anche un cultore delle arti visive: la sua intuizione ha consentito di conoscerci e, quindi, “riconoscerci”. I componenti del gruppo sono stati graditissimi ospiti della mia bottega d’arte ed hanno così potuto attentamente valutare quali opere riprodurre all’interno del librettino allegato al CD. La scelta è caduta su due alberi (“Il rumore del silenzio” e “L’albero rovesciato: specchio del sovrammondo”), uno dei quali capovolto e con le radici generative rivolte verso il cielo. Una scelta, ovviamente, non casuale…

Cosa pensi dell’operazione musicale realizzata dal gruppo? Se, come reputo, la tradizione è qualcosa che viene vitalmente trasmessa da individuo a individuo, non posso che condividere la scelta di rendere viva e vitale la tradizione musicale molisana utilizzandone gli stilemi, alla stregua d’un muratore che, per costruire un nuovo edificio, usa anche materiali e tecniche tradizionali. La pietra, il legno i mattoni e la manualità si armonizzano, attraverso un progetto, per dare vita ad una “nuova” casa. La forma, la struttura architettonica e le funzioni sono il risultato di ciò che il muratore, il pittore ed il musicista vedono intorno a loro, di ciò che hanno visto altrove, di ciò che immaginano. La questione è se le variazioni sul tema, le contaminazioni e le innovazioni prevarranno su quelle che sono le radici geografiche, culturali, etniche, spirituali e sociali. In tal senso formulo l’augurio che il progetto dei Blend Project possa continuare e condurli ad una ulteriore maturazione, a ritrovare il centro del proprio essere. Nella convinzione che sul ceppo delle radici è sempre possibile, e talvolta opportuno, innestare tutta una varietà d’essenze.

Le radici ancora una volta rimandano all’albero, nella doppia accezione di “essenza”, che tu proponi quale simbolo vivente della Tradizione. Sì, l’albero è anche detto “essenza”, ed i significati delle parole, stratificati attraverso secoli e talvolta millenni d’uso, non sono mai casuali. L’albero è formato da tre parti: radici, fusto e chioma. Le radici sono la componente nascosta, occulta che, pur restando negata alla vista, rende possibile l’alimentazione della pianta e ne garantisce la stabilità. Pur non potendo vedere direttamente le radici sappiamo che esistono, che sono reali e necessarie all’architettura della pianta. Le radici stanno alla tradizione come il tronco e la chioma alle manifestazioni visibili dell’essere. È possibile recidere un ramo e financo tagliare il tronco, la pianta non morirà: al prossimo equinozio di primavera spunteranno nuovi rami e l’eterno ciclo della vita rifiorirà. Alla stessa maniera della Tradizione-radice che, lei sola, garantisce identità e continuità per la stirpe e la sua cultura.

Nella prima risposta accennavi alla non casualità della scelta dell’albero rovesciato che chiude il libriccino allegato al CD. Nel titolo dell’opera, “L’albero rovesciato: specchio del sovrammondo”, è contenuta una prima chiave di lettura. Chi in questa vita evolve al punto di riuscire a percepire un albero rovesciato, con le radici generative rivolte al cielo, è anche certo dell’esistenza d’un sovrammondo dove sta dritto – contemporaneamente – l’albero d’oro della conoscenza. Affinché ciò sia possibile deve esistere un piano di riflessione che separa i due mondi. Una sorta di confine, significativo per la duplice funzione che assolve: linea di demarcazione e membrana semipermeabile; filtro attraverso cui può avvenire la comunicazione e l’interscambio tra dominî differenti. La superficie d’ogni mio quadro è, ad esempio, una soglia che attiva la capacità transitiva tra l’uno e l’altro mondo. Ma è anche un tentativo per assottigliare progressivamente il diaframma tra le due zone, apparentemente inconciliabili, del trascendente e dell’immanente. L’arte è lo sforzo sovrumano di rendere il mondo visibile un potenziale specchio dell’invisibile. Un’esperienza similare può essere vissuta, qualora ci si ponga all’ascolto con la giusta disposizione d’animo, grazie al terzo brano del CD: Core, core, ne’ spantecà’.

La tradizione è, dunque, la soglia che mette in comunicazione due mondi? Sì, basta osservare “la soglia del sovrammondo” per averne conferma… una sorta di enorme portale bianco. È una scelta di vita, una filosofia spirituale, testimoniata nell’operatività che si realizza quotidianamente all’interno della mia Dimora Filosofale di S. Stefano: una bottega d’arte, un luogo d’incontro, uno spazio espositivo, una biblioteca. La Dimora raccoglie, catalizza ed instrada le energie fisiche e spirituali; una sorta di crogiuolo d’alchemica memoria in cui vengono fuse e sublimate la speculazione astratta e la concretezza dell’operatività.

Qual’è l’importanza della Tradizione nell’arte e nella vita? L’adozione di un canone tradizionale comporta l’acquisizione d’un rapporto con l’umanità: la coscienza che essa non è vissuta invano e non è stata priva della verità; che la sua concezione della verità fu esaminata e chiarita dal consesso dei popoli e delle generazioni. L’artista deve giungere ad una piena identità tra arte e vita, egli vive per lavorare. Non lavora per vivere, ritagliando nel così detto “tempo libero” uno spazio mentale ad hobby più o meno artistici; vulgo: non si può lavorare la mattina in fabbrica o in ufficio e poi, nel “tempo libero”, dedicarsi alla creazione, atteggiarsi ad artista, pontificare sull’arte ed organizzare eventi culturali… È da tale diffuso dilettantismo che la nostra società deve trovare il coraggio di trarsi fuori. La politica, le Amministrazioni centrali e locali, dovrebbero fare un passo indietro e lasciare l’organizzazione e la gestione dei fatti culturali nelle mani dei professionisti. Questa sì che sarebbe una vera rivoluzione.

Esiste un linguaggio comune fra le arti? La risposta è affermativa. Il mio medium è la luce che viene sprigionata dalle superfici attraverso i colori. Luce, superfici e colori sono una lingua universale, comprensibile da tutti a prescindere dalle singole culture locali. Allo stesso modo la musica è lingua universale e non necessita di traduzione. La superficie di un’opera ed una sinfonia sono forme, simboli, di un’unica metafisica dell’essere, non d’una metafisica astratta ma d’una metafisica “concreta” della superficie, del colore, della luce e del suono. Va da sè che tale potenza creatrice, perché di ciò si tratta, deve essere evocata ed utilizzata con grande accortezza; con altrettanta parsimonia centellinata per essere trasmessa nelle giuste quantità, qualità e modalità. Siamo molto lontani dall’arte “usa e getta”, proposta dai media – tradizionali ed elettronici: generatrice di consumi massificati, alienati e degenerati. Ricordiamo che ogni vero linguaggio nasce dal silenzio, si alimenta nel silenzio e ad esso ritorna.

Tutto questo come si sposa con le singole Tradizioni locali e, più in particolare, con il Molise? Esiste un solo archetipo, un’unica tradizione trascendentale a cui s’informano tutta una serie di simbologie e di tradizioni locali: nel tempo e nello spazio. L’unità di misura non sono gli anni e tanto meno i secoli bensì cicli cosmici ed Ere al cui cospetto la vita e l’agire d’un individuo hanno la stessa rilevanza d’un granellino di sabbia nell’immensità d’una assolata spiaggia. Una tale evidenza porta ad una giusta valutazione di ciò che siamo, del ruolo che c’è stato assegnato, del valore dell’appartenenza a questo piccolo lembo di terra. Nel 1994 ho compreso che se le mie radici erano nel Molise, allora dovevo rientrare nel Molise. L’ho fatto, e dopo un decennio sono ancora qui.

Il Molise è, ancora oggi, terra di tradizioni vive? Il CD dei Blend Project lo testimonia, insieme alle opere d’un esiguo numero d’artisti contemporanei. Al capo opposto sta la sindrome della “riserva indiana”: un Molise che autoalimenta un circuito autoreferenziale che fatalmente scade nella mediocrità e nel ridicolo. Non dobbiamo creare, parlare e scrivere “del” Molise ma creare, parlare e scrivere “dal” Molise. Con l’autorevolezza che deriva dal riconoscimento di chi è altro rispetto a noi. Tutto qui.