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sembrano tante nuvole allinsegna delpesce doro.pdfPilo'

Pilo’, COMUNQUE PRIMA C’ERA, -Creoli, Grizzana Morandi – (narrativa)

informazioni:

picariello@criticart.it

http://cavallisanniti.splinder.com/post/14040044#comment


http://www.girodivite.it/Comunque-prima-c-era-un-libro-di.html

http://ceciliafalasca.blogspot.com/2008/01/blog-post.html

http://libriedintorni.splinder.com/post/14169990/Comunque+prima+c%27era%2C+un+libro

http://www.moliclick.it/new07v2.asp?id=895

http://www.molisenews.net/2008/01/13/presentato-a-pescara-l-ultimo-libro-di-picariello/

creoli

Saint Denis, ile de la Rèunion, inizio 1993

Amore è il nome dello schiavo réunionese che fecondò le belle piante della vaniglia.

Ci sono luoghi dove il linguaggio sublime parla silenzioso al destino delle persone.

Ho passione per i mercati.

Senza possedere nulla mi sono impegnato a guardare. Ho riempito gli occhi di azioni. Ho visto l’anima degli oggetti presa a caso e scambiata tra gli inconsapevoli. La storia che le cose, in un solo attimo, prima di toccare la pelle curiosa e mercenaria, conservano per poi perdere in un coinvolgimento muto e nuovo con chi le prende o le acquista. Questa mania per la curiosità ossessiva di guardare le anime degli oggetti mi ha sempre accompagnato. Perdermi tra la gente, perdermi tra le chiacchiere, tra i banchi dei mercanti, tra i colori stagionali delle offerte. Perdermi nella sospensione oziosa della luce nelle mattine estive tra il riverbero delle azioni, dei gesti moltiplicati dai corpi che occupano i pezzi del pianeta negli unici momenti estemporanei della vita comune che nessuno registra, è la mia passionale collezione intima. La mia unica dote che custodisco come l’unico deposito prezioso che mi farà compagnia durante il lungo eterno sonno della morte. La mia evanescente memoria, la mia ninna nanna di immagini memorizzate che mi cullerà nel sonno con il caldo abbraccio della terra. Gli oggetti, le cose, il bagliore nei movimenti della calca. Il riflesso nei capelli vitrei delle ragazze e le parole dei vecchi che calibrano frasi asmatiche per negoziare memoria e mercato. È l’invidia silenziosa che condanna chi non ha più tempo in mezzo al tempo degli scambi e allo spirito sacro della merce. Respirare l’ odore del mercato mi ha fatto vivere. È la vita che si compone e si nutre dai frammenti delle immagini, dalla loro necessità di esistere come fantasmi ciechi che si muovono tra le percezioni umane per mezzo della sensibilità che riconoscono agli individui che si aggirano nel loro retaggio e che magnetizzano richiamandoli verso i banchi delle offerte, verso la loro silenziosa immobilità, e una volta catturati, li obbligano a farsi prendere, a farsi acquistare come dicono gli umani e con loro costruiscono o disfano il tempo e la storia. Sono Libri, lettere, giocattoli. Sono presenze occulte che hanno ornato l’educazione delle famiglie. Sono pezzi di vita depositati nelle proposte che i viventi pongono ai nuovi nati che le incarneranno tra la freschezza delle nuove cellule. È il mercato che arreda il mondo. È arte. Il luogo dove si combina il cosmo di dentro con il mondo di fuori e in questa platea degli avvenimenti il prima e il dopo patteggiano il compromesso per il rifiuto delle misure e delle referenze lasciando al gioco casuale degli incontri e al fascino della possessione e dei desideri, l’arbitraggio sul tempo. Passato presente e futuro, qui, hanno il passaporto per il regno del fantastico dove non esistono le condizioni che segnano e misurano, non esistono le convenzioni, non esiste il tempo. Ma gli oggetti fanno paura. Chi li guarda per dovizia li vede liberarsi nelle azioni. E’ una perversa qualità delle divinità che vivono da sempre nelle cose e che spacciano destini. Comunque meno crudeli delle reliquie dei fallimenti dove il gesto liberatorio implica l’intervento dei giuristi. Questa categoria di uomini si impegna sul cinismo giudicando sulla superficie luminosa delle lacrime con cui i colpevoli manifestano la passione crudele per il fallimento. Hanno sfidato e profanato lo spirito delle cose e adesso l’ordalia ritorna per un attimo da loro prima di segregarsi in qualche asta di antiquariato o nell’archeologia che li sottrarrà alla percezione degli uomini facendoli scomparire per sempre fino al nuovo ciclo di ritrovamenti con cui ricomincerà la storia che costruisce umanità. E’ il sacerdozio dell’archeologo, l’atto liturgico che unisce il tempo dei viventi con il già vissuto, facendo diventare presente il momento della riapparizione in cui la contemporaneità incontra i reperti che testimoniano e riattivano la vita del tempo scomparso. I morti ritornano a parlare ai vivi tramite i loro oggetti cui a suo tempo hanno raccomandato il segreto e l’anima che ritorna a respirare sotto il nuovo sole che da sempre riscalda le cose e gli uomini.

Saint Denis, ile de la Rèunion, 1993

Piazza Piccadilly era un riferimento. Scalini, eros e bronzo alato. Avevo una camera con la finestra che guardava un giardino ordinato, l’erba tagliata e le radici dei grandi alberi che rassicuravano. Londra rattrista. Rattrista pensarla. Decollare da uno dei suoi aeroporti è come allontanarsi da un grumo di cavallette fatte di nebbia e umidità, per questo l’atterraggio rulla simpatia anche per l’indifferenza cronica della vezzosa Milano. Ma poi, l’abitudine e l’indifferenza dell’apolide riordinano l’entusiasmo patriottico negli scaffali abitudinari dello spirito e l’immagine del naviglio si sovrappone a quella dell’ eros alato, senza cambiare cornice. Caterina aveva la mia stessa noia. Avevamo noleggiato una Morris rossa per andare verso Salisbury, verso Stonehenge. Avevo sentito da sempre i dolmen urlare sul mio collo il richiamo dell’anima delle pietre; mi chiamavano dall’infanzia. Stonehenge è un dolce giardino del sole, un circolo di steli che formano una corolla eliotropica fissata nel culto e nella preghiera di divinità cosmiche inchiodate nel riflesso della propria immagine respirata dalla pietra e dagli uomini. Ho alzato la testa dal sedile ed ho visto l’anfiteatro celtico venirmi incontro. Mi sono risvegliato su una barella. Intorno c’erano scaffali di vetro con attrezzi medici. Un neon bianco pendeva dal soffitto, barbugliava luce a intervalli regolari . Moriva, si riaccendeva, ritornava a morire, non riusciva a fermarsi. Sentivo il mio corpo abbandonato in un laboratorio di ospedale tra le vetrine inquietanti che riflettevano il buio e la luce dei neon come fossero dentature mostruose che rappresentavano vecchi strumenti ortopedici e chirurgici che apparivano e scomparivano come il sorriso di un deficiente selvatico che si diverte con lo stato d’animo di uno smarrito, lasciato solo a fermentare le sue ridondanti domande: dove sono, cosa è successo, che ne è stato degli altri.

Quel viaggio aveva molti anni più della lettera per Caterina. Ero dispiaciuto di non aver più dato mie notizie. Qualcuno mi aveva fatto sapere di lei. Dicevo che non ero riuscito a rimuovere l’immagine dello scontro tra le automobili e delle sue gambe spezzate. Le stesse che i medici inglesi le avevano poi rovinato senza rimedio. Dicevo questo in quella lettera, ma credo di non averla mai spedita; sarà in qualche scatolone lasciato in casa di qualcuno o piegata in qualche libro passato per qualche mercato e che adesso riposa nella libreria di uno sconosciuto. “Comunque prima C’era” avevo scritto con un pennarello rosso sulla grande scatola che conteneva le mie lettere inesistenti. Pensieri che non ho mai spedito e che forse non ho mai scritto. Pensieri che non sono mai esistiti, ma che vivevano in qualche modo nella mia volontà di farli esistere. Senza corpo, senza materia come una folata di vento del deserto che tocca le dune e le modifica continuamente perché la sabbia lo sa e l’aria lo sa, ma nessuno dei due elementi può prevedere come diventerà l’altro, al loro incontrarsi. Giurano sul forse e sul può darsi. Patteggiano sulla conoscenza sperimentata che hanno l’uno dell’altro ma nessuno può imporre la propria definizione, ognuno diventerà quel che deve diventare nel bene e nel male. Si patteggia sul forse. E i forse appartengono alla lingua dei diffidenti. La realtà apparente conosce chi non può ripudiarla e per obbligo la ospita gentilmente nella propria vita mantenendola così costantemente sotto sorveglianza . E’ quello che i fanatici chiamano destino, i farabutti carattere e le famiglie indole; è l’intimità delle dimenticanze: lettere senza timbro sigillate con rimorsi silenziosi. Sono per i destinatari senza nome. Ed è il cuore che batte muto nel silenzio degli oggetti.

Saint Denis, ile de la Rèunion,fine 1993

E’ tutta concentrazione dice l’indiano tamoule mentre distende le sue lunghe gambe sottili dalla poltrona al centro del pavimento. Parla con una flemma che rilassa e le parole che perdo, ritornano come una eco e riesco a seguirlo nonostante non capisca un gran che del suo francese. Anche le sue braccia sono lunghe, e vederlo lì, tormentato dalla ristrettezza del sedile, mi fa pensare ad un enorme pipistrello che ha tolto le ali per infilare una camicia a mezze maniche, un pantalone occidentale e dei calzini corti da dove spunta la sua pelle bruna. E’ in funzione della luna, dice. Ci si prepara per un mese alla concentrazione, si prega tutto il giorno e quando la festa di Kalì comincia, quelli come me entrano nell’acqua marina alle quattro di mattina e fino alle nove si lasciano infilare aghi nella carne. C’è un ricercatore che ha scritto un libro ben fatto sull’argomento. Mi casca dalla bocca un nome. Dico Marvin Harris come per liberare la mia maleducazione europea. Il lungo uomo ritira le gambe verso i piedi della poltrona, le incrocia raddrizzando la schiena come per riproporre un monumento di fierezza che per spontanea confidenza aveva rilassato. Si scusa di non ricordare il nome dell’autore e dice che comunque e’ uno studioso indù.

L’elica soffre nel tagliare questa massa di calura tropicale. Ad ogni giro del ventilatore le pale emettono uno stridio come di ferri vecchi che si toccano. Il vortice di vento arriva nella camicia che ho di fronte, quando il sollievo dell’aria mossa tocca me, l’apparecchio emette un altro stridolino e di colpo riparte verso l’indiano.

Si chiama harloy, dice l’indù con un tono di voce più determinato e una postura più formale. Il taglio deve essere netto con un movimento delle braccia che disegnano la parabola del sole. La testa delle capra resta nelle mani di un fedele mentre il corpo cade dalla parte opposta. L’harloy si ricava dalle balestre dei camion, ha una lama di sessantasette centimetri e un manico di legno di tamarì.

Sono pronto per un altro attacco di maleducazione, un intervento del tipo: è riscontrato scientificamente che il cervello, dopo il taglio della testa, continua a funzionare per qualche secondo in modo da sapere che è stato staccato dal corpo… Il rumore del ventilatore sormonta il nostro silenzio. Quando scocca di nuovo, l’indiano riprende a parlare allungando le gambe verso me.

Durante la guerra i sacrifici erano umani, dice guardandomi negli occhi come per trovarci lo stupore o un’immagine di timore verso la sua razza. Lo dice anche Marvin Harris, gli rispondo senza distogliere lo sguardo. E mentre il tamoule ritira le sue lunghe gambe gli confermo che nella seconda metà del cinquecento i sacrifici umani erano una pratica un po’ dovunque tranne in Europa, dove l’inquisizione aveva sostituito la sacralità del rito con la tortura. Cerco di parlargli della ruota dove venivano infilati gli arti massacrati delle vittime ancora vive, ma mi trattengo davanti allo sguardo calato del creolo.

La mia è una razza che fa paura davvero, anche se non sa camminare scalza sui tizzoni ardenti come la sua. Per questo me ne sono andato dall’Europa: da noi i nemici non si mangiano, si danno in pasto ai cani o si fanno marcire lentamente insieme alla loro dignità.

Saint Denis, ile de la Rèunion, inizio 1994

Sulla strada, a volte, si trovano buste di plastica con dentro una gallina morta con le zampe legate. Se si pilota una macchina è meglio evitare di passarci sopra. Quel punto bianco che si vede lungo la prospettiva di guida è il ventre delle forze del male riempito dalle pene che lo sciamano ha estratto dal corpo degli ossessionati e ha gettato lungo la strada. Una gallina sgozzata è Il male che non può essere distrutto e va trasferito sugli stranieri. Passandoci sopra con le auto assorbiranno tutte le maledizioni che contiene. È il male che trasloca da un copro ad un altro attraverso le onde invisibili del luogo dove ha atterrato l’animale sacrificato.

La Peugeot blu di madame Lo Dipinto ha sbandato improvvisamente dalla sua linea di marcia. Le macchine che la seguono hanno deviato in tempo per non tamponarla. Gli autisti si sono sfogati con colpi di clacson, con una mitragliata di trombe e sibili di ruote amplificate dal vento che arriva dall’Africa. Quando è forte viene annunciato qualche giorno prima dai giornali e dalla radio. Allarme uno, due; al terzo il ciclone è già entrato nelle baracche col tetto di lamiera e il giardino di fiori tropicali. Il terzo avviso è quello vero.

Lungo la corsia, tra la scia del traffico e le imprecazioni in creolo, madame ha raccolto qualcosa ai bordi della strada e l’ ha infilata velocemente nel portabagagli dell’auto. Dalla radio riecheggia la voce di Paolo Conte; via, via, vieni via con me….E’ l’Italia. La stessa che è al centro della mappa che ho sulla porta nel residence Ramassam, e Ramassam è il nome del mio affittuario. E’ un uomo che ha superato i sessantacinque anni ed è molto potente nell’isola. Magro, alto con la pelle scura che contrasta con la sua abitudine di vestire sempre di lino bianco. Il collo lungo aumenta l’attenzione dei suoi interlocutori quando parla con loro muovendo la testa come se fosse infilata su una verga scura che ondeggia da una spalla all’altra. La sua famiglia di origine è ricca. La loro villa ha il cancello barocco in ferro battuto, lo stemma araldico e i mobili italiani. Gli ho raccontato di come in Romagna si pescano le anguille: entrano magre e sottili nei fori stretti della marotta sommersa ad un metro sott’acqua, vengono richiamate dal cibo, ingrassano e poi non riescono ad uscire. “Anche qui siamo intelligenti” mi ha risposto, “nel periodo dei biscik, peschiamo con le nasse a mano nel recinto di pietre dove i piccoli pesci sono entrati e da dove non usciranno più ”. Gli dico che quanto ho detto è falso. Che le anguille non potrebbero essere così stupide né in Italia né nell’Oceano Indiano, ma che sicuramente i biscik della Réunion sono pesci superiori e hanno bisogno di più attenzione delle anguille di Comacchio o di Ravenna, peggio ancora quelle di Chioggia. Gli dico che nella marotta vengono messe da piccole e fatte ingrassare per poi essere vendute fresche a Natale. Lui mi guarda come per scrutare le mie intenzioni poi stampa un lunare sorriso bianco in mezzo alla faccia secca e scura e mi dice che noi italiani amiamo prenderci in giro come in Madacascar fanno le siege, le scimmie. Poi continuando a ridere mi dice di non prendermela che non è sua intenzione offendermi, che lui ama molto l’Italia e gli italiani, che due delle sue figlie hanno studiato a Padova medicina e che anzi, per controprova gli italiani non potrebbero mai essere come le scimmie perché in Indiada dove ha origine antica la sua famiglia le trappole per catturarle si costruiscono sul principio che la siege è fortemente avida e vanitosa, tanto bramosa quanto stupida come le anguille di Comacchio….ride… “Si prende una noce di cocco, le si fa un buco grande abbastanza perché la scimmia possa infilarci la mano, si riempie a metà di riso e quando la stupida vuole estrarre il pugno pieno non ci riesce e resta incastrata nella noce per non voler aprire la mano e lasciare il pugno di riso che la condanna….” ride… “Voi italiani siete l’impero romano. Con anguille e con scimmie non costruite eserciti, voi siete gli inventori delle strade, degli acquedotti, siete come noi indiani, siete antichi e tanto basta per dire tutto”. Quando mi saluta mi ricorda che dovrà aumentarmi l’affitto come è abitudine dello stabile ogni anno.

“Nell’isola ci sono maghi capaci di tagliare in due i serpenti con lo sputo” ci dice alla gendarmeria il sottufficiale creolo, mentre redige il verbale con la testa calata sulla tastiera della grande macchina elettrica. Scrive con due dita cercando le lettere una per volta. Con regolarità alza la testa domandando il seguito della storia. Riflette, arrotola la punta dei baffi e riprende la battitura. Con lentezza e tranquillità rimette le mani sulla tastiera, guarda le lettere disegnate sue bottoni bianchi, alcune le enuncia ad alta voce come per farle apparire, altre quando le ha scovate, le conferma con un “ah! Eccoti qui…” poi riprende a domandarci la storia ricominciando sempre dall’inizio. Sono creoli e gli occidentali li considerano lenti e stanchi per ogni azione che compiono. Forse sarà vero ma anch’io mentre lo guardo, mi affatico e sudo.

“Se non verrà nessuno a reclamarla potete tenerla” ci dice guardando con invidia la nassa. “E’ una bella vouve, così non le lavorano più; sarà sicuramente di un pescatore che l’avrà ereditata da suo padre.” Finalmente ci allontaniamo dall’ufficio. Passiamo tra gli sguardi e il sussurro dei saluti. Tiriamo diritto senza salutare nessuno. Siamo molto stanchi e abbiamo voglia solo di uscire dall’ufficio della gendarmeria.

“Vedi com’è costruita bene? Sembra un utero. I pesci entrano e poi non possono più uscire. Vedi come richiama questa forma, sembra il mio corpo eccitato quando ti guarda di nascosto. E’ una forma femmina, che si appaga solo quando la preda si fa catturare dal suo fascino. Dalla sua attrazione geometrica, dalla sua forma…”

Ci sono donne che si eccitano quando ricevono un dono, anche se trovato lungo la strada di un’isola a sud del mondo. Non riescono a nascondere l’espressione gioviale che le corteggia, anche se sanno che chi ha perso la nassa è disperato: sanno che qualcuno si sente indifeso e teme la cattiva sorte: adesso si può fare della sua anima quello che si vuole e niente e nessuno può più proteggerlo.

Ma qui si respira aria di eccitazione di terra vulcanica e di Oceano Indiano che si inabissa a pochi metri dopo la costa……………..

GRIZZANA MORANDI

La stazione è tra le tante delle ferrovie italiane; fredda e trascurata. Un cartello dichiara di essere a Grizzana Morandi ma mancano i colori. Un magnifico nome Grizzana Morandi. Ogni volta che lo nomino, anche così mentalmente, mi appare l’immagine dell’ olio verde caduto sul selciato dopo aver ammorbidito le mani di Pilato. Qui la luce è diversa dal resto del mondo. Accompagna, nella mia memoria, un quadro dalle dimensioni di una parete che rappresenta uno squarcio tra le costole di un animale che sanguina, ancora vivo, appeso ad un gancio che ha marchiato la scritta:: “fede nel silenzio”. Questa visione avvenne la prima volta davanti al cinema Roma nella Bologna che amavo. Avevo alzato lo sguardo contro la finestra di una camera di via Fondazza, la strada del pittore, e da sotto i portici poco illuminati qualcuno aveva urlato di smetterla, che non se ne poteva più di vivere tutta quella confusione ogni notte all’uscita dell’ultimo spettacolo cinematografico. E’ da allora che quest’immagine si ripete.

La Clinica delle Marche è localizzata alla periferia della città. L’architettura é imponente e semplice, approssimativamente di scuola austriaca. Ha l’aspetto essenziale, senza ornamenti, di un’immagine fotografica che ritrae un robusto cavallo nordico, con la cavezza nella mano di un monumentale baffuto scozzese in gonnellino, studiato dal fotografo per esaltare la gonna della regina Vittoria che si espande su tutta la groppa come un manto di minuta figura di madonna in posa per l’eternità. Il palazzo, come la veste della regina, domina l’immenso parco di cui è dotato. I nobili proprietari si sono estinti a metà secolo novecento e hanno lasciato la villa in donazione ad un servizio di monache ospedaliere, bianche, addette al recupero dei bevitori e alla cura dei malati di mente. Il gruppo dei medici varia tra dieci e quindici. La sezione di comando è riservata alla psichiatria. L’incontro con il mio curatore me lo ricordo per particolari. Varcato il cancello d’ingresso, ho attraverso il breve viale che porta al palazzo. A metà una vasca circolare divideva la strada a Y in due direzioni e si ricongiungeva con il suo pittogramma stradale, simmetrico e rovesciato, fino all’entrata della clinica. Qui terminava il mondo conosciuto e cominciava qualcos’altro. Da sempre la mancanza di esitazione è stata una mia caratteristica dominante. Le scelte le organizzavo durante il percorso motivandole con il cuore come fossero dettate da una composizione musicale di tipo jazz. Avvicinandomi verso il momento della decisione elaboravo tutte le sensazioni che mi coinvolgevano. Lasciavo parlare tutte le mie componenti e a conclusione, lo scarto della semplice sottrazione nel rapporto emozione razionalità, dettava il risultato. Maggiore emotività, scelta per attrazione, maggiore la ragione, scelta per convenienza. Il risultato doveva essere unico e riportare benessere e soddisfazione. Ma davanti alla fontana, ho esitato. Mi sono arrestato. La fissazione mi ha immobilizzato. Emozione e raziocinio erano pari nella bilancia della determinazione: nel mio corpo vuoto mancavano entrambi. Quella fontana era entrata interamente arredandomi tutte le attese che trovavano soddisfazione bloccandosi li, senza più muoversi verso nessuna direzione verso nessun altro luogo; il mio vuoto era tutto ciò che desideravo fosse e in quel momento, e in quel momento ero diventato quella splendida fontana circolare, minuta, come una coppa di cemento che accoglie lo zampillo che ricade dallo stelo centrale e rimette in circolo il ciclo idrico dell’acqua. Una cosa semplice ma era tutto quello che desideravo diventare. Una fontana di cemento a forma di coppa con un minuscolo zampillo che la inumidiva appena. Da fuori il palazzo, il mio curatore e la dottoressa avevano assistito alla scena. Uno dei due deve avermi chiamato per nome, devo aver alzato la testa e guardato, e lì, le due prospettiche figure in camice bianco, mi hanno segnalato con la mano qualcosa, un gesto che indicava di andare avanti, una bracciata nell’aria come a voler avvolgere un fascio di spighe appena tagliate che indicava la direzione da prendere. Ho voltato a destra, ho circoscritto la metà della vasca, e ho proseguito fino alle loro mani che incontravano la mia per presentarci. Ripenserò spesso a quell’attimo di beatitudine. In uno dei tanti colloqui il mio dottore mi chiederà a cosa pensavo in quel momento. Risponderò che non pensavo, credo, invece, fossi stato pensato, diventando fontana avevo permesso al ricordo di sfogarsi, lo avevo liberato dal dovere di dover servire un corpo in movimento, un corpo creatore di azioni. La memoria poteva, adesso, raccontarsi e raccontarmi come meglio le pareva, come più facilmente le riusciva di mostrarsi nel teatrino della rappresentazione delle azioni passate. Libera, senza la preoccupazione di dover dare impulsi ad azioni future. Quella era l’unica condizione esistente. Una memoria senza obblighi, l’unica che si poteva muovere. Il resto, tutto me stesso, era diventato fontana che zampilla e ripropone il ciclo continuo dell’acqua. Cosa aveva voluto essere in quel momento quella memoria libera?, Aveva scelto di essere una domanda antica, al tempo del mio insegnamento, al tempo in cui la fontana era un professore di estetica davanti alla bocca di un suo studente che chiedeva la differenza sostanziale tra la Psichiatria e la Psicologia, e quel professore che non aveva attese, rispondeva presentandogli una comparazione storica. Differenza di Origine, differenza delle discipline. Ippocrate il medico greco, quattrocento anni prima della venuta di Cristo sostituì l’idea che la malattia mentale fosse legata alla possessione demoniaca con una spiegazione medica che divideva le malattie mentali in tre categorie: manie, melanconie e freniti, una sorta di infiammazioni cerebrali. Tutte dovute ad un disturbo dell’organismo che andava curato secondo il tipo di malattia. Dieta vegetariana, esercizio fisico o astinenza sessuale. Ma il Medioevo riportò i dèmoni in scena. Erano loro la causa del comportamento del malato e la cura delle malattie mentali venne assegnata ai sacerdoti e agli esorcismi, prima per allontanare il demone dal corpo, poi per accusare il corpo di stregoneria. In seguito gli spiriti maligni cominciarono a sparire e restarono i corpi senza ragione dei malati mentali ricoverati in istituti. Lo scopo era di escluderli dalla società, e i trattamenti adottati in seguito verranno riconosciuti come disumani. Ma è sempre così l’epoca successiva dichiara disumana la precedente. Un rapporto ambiguo tra padri e figli che desidera il futuro come progresso e il passato come regressione. E’ il respiro dei viventi che credono la loro condizione superiore a quella dei fantasmi che hanno sostituito. Ma a volte succede che un dio nasconde le loro menti e allora i corpi vagano nella loro vita senza meta, senza sole e senza le notti alla ricerca dei luoghi senza orari dove è caduta la loro vecchia ragione. Era questa la mia immobilità davanti alla fontana, l’idea che questo corpo non avrebbe più avuto il suo lato spirituale, che andava in mano agli alienisti per il trattamento morale come i ricoverati di Parigi, o quelli della Londra settecentesca. Dei bedlam, Il reclusorio dei miserabili di Victor Ugo, dove i malati venivano offerti a pagamento in spettacolo alle curiosità vizze dei nobili. Questa era la domanda mentre ero fontana. Ma guardavo anche dall’altra parte, con gli occhi di cemento mi ero avvicinato alle facce dei miei anfitrioni, osservavo la loro fisognomica, cercavo di capire se invece non fossero stati dalla parte della psicologia se fossero stati figli di Platone e Aristotele che in origine si domandano, come arriva l’uomo a conoscere il mondo?, Esistono idee e sentimenti innati o sono tutti acquisiti?, Se gli individui nascono già con capacità e personalità o queste si sviluppano tramite l’esperienza?. Io mi domandavo se i miei curatori avrebbero pensato come Cartesio che riteneva il corpo simile a un congegno meccanico, un contenitore di millecinquecento centimetri cubi per un’attività frenetica di centomilamiliardi di neuroni. Incredibile poi come il risultato della divisione tra questi numeri riportasse in ripetizione il sei sei sei del maligno quasi all’infinito tranne che per un bel sette finale e salvatore.. Ma questo Cartesio non poteva saperlo. Per lui la mente era qualcosa di separato e unico per la dote di ciascun individuo, ed era il covo delle idee innate, ammiraglie dell’organizzazione dell’esperienza che definisce il mondo degli uomini con la ragione. Era questa domanda che avevo dato come risposta a quel mio studente quando ero ancora uomo, molto tempo prima che fossi diventato fontana. Avevo scelto la direzione di destra, avevo ripreso le gambe e avevo camminato, passandomi di lato la fontana mi ha spruzzato sul collo, ha sorriso poi si è nascosta alle mie spalle lasciandomi alle questioni degli uomini. Devi ritrovare il carattere e la volontà, mi hanno detto. Sono sovrapposizioni mentali, immagini collegate ad eventi isolati che si incontrano e si scambiano solo nella tua mente, nella volontà incantata di volerli ricordare. Poi mi hanno consigliato di fare dei tentativi per ordinare la memoria, ma il consiglio ha suonato con un tono netto e deciso, non polifonico, non un suono disteso che avrebbe potuto aprire una serie di intese e molti sensi di comprensione. Il suono è stato preciso. La voce del primario si è distinta dall’espressione facciale che pur rimanendo accogliente e disponibile, con un segno simile al sorriso, come a voler tecnicamente lasciare una percezione buona dell’immagine dell’uomo nella mia memoria, parlava con un colore che si è infilato nella mia visione collocandosi, decisamente, in una zona del mio archivio mentale contenente le note inerenti agli ordini, alle imposizioni, ai doveri, alle cose da fare o alle cose che non possono essere evitate. Ho sempre creduto che i pastori, quelli che portano a pascolo le greggi, dovessero avere un cervello a forma di collina su cui la vita dell’uomo e degli animali, trascorresse in corrispondenza del clima e della temperatura. In salita nella stagione calda, in discesa in quella fredda. Corpi e pensieri pascolano dalle prime ore del mattino fino all’imbrunire tra l’inizio della luce e il suo declino e nel mezzo il paesaggio. Vivo, definito dagli odori e dalle variazioni di luce. E’ la vita che manca agli impiegati, agli uomini che stentano dentro le pareti degli uffici. Manca la luce e l’olfatto, manca il gregge che comunque pascola tra gli stili caldi dell’organizzazione del lavoro e la fredda scrittura che marchia i fogli bianchi infilati come cristo crocifisso, nelle stampanti dei computer, nelle fotocopiatrici, nei fax o negli scaffali che arredano i magazzini senza finestre. La vita della clinica è invece sospesa tra i vetri che mostrano le attività della gente oltre il confine della rete di recinzione e il pascolo delle memorie che qui galleggiano sopra strani paesaggi che non hanno più temperatura e clima se non attraverso gli orari che richiamano i riflessivi; lavarsi, mangiare, dormire, seguire correttamente la terapia.

La voce tonica ed esaustiva, ferma come il rimprovero di un patriarca vestito in camice bianco, deciso, si è mossa tra le onde dello spazio con le modalità della professione che non si allarma per le anomalie e le sregolatezze ma al contrario trova in ogni azione spontanea e istintiva, lontana dalle regole, il punto d’identità delle cause. Trova la verità del mondo. Questa voce accecante mi ha fermato i passi della passeggiata nel corridoio vuoto abbagliato dalla luce frenica del primo pomeriggio. Mi ha consigliato di scrivere dei ricordi, delle opinioni, di compilare dei fogli a quattro facciate che recavano caselle bianche e domande in scorrimento. Mi ha chiesto di impegnarmi a tempo perso, quando ne avrei avuto voglia, come un gioco, un atto superfluo della mia giornata. Per me invece è un lavoro. Devo risalire la corrente, cercare le cause che mi hanno guidato qui, in questa magnifica villa che riflette sulle pareti, al mattino presto, la luce solare della stagione estiva e il bagliore dei palazzi condominiali che si ergono con i loro balconcini e le finestre, tutte brillanti e lucidate, allineate lungo la strada che costeggia la recinzione verde del parco. Oltre il confine della casa degli uomini persi si erge il mondo ordinato e chimico. Il mondo dei frigoriferi e delle lavatrici, il mondo pulito e solitario dalle domestiche. Il mondo oltre la recinzione che a guardarlo mi impone di non essere una cartella clinica che racconta i propri vuoti mentali per disincantare un affezionato morbo che trova esaltazione e compostezza allontanandosi dal mondo consueto attraverso la liturgia pagana delle divinità mitologiche. Servire l’animalità di Bacco e Dionisio, oltre il limite dato alla coscienza, ha significato trasformate la vita in malattia, dissolutezza e patologia cronica.. Le divinità mutano. Nel corso degli anni hanno assunto diversi aspetti. A volte animali da compagnia. Prima un mastino pericoloso e incontrollabile da portare regolarmente al parco per i suoi bisogni, poi un gatto d’angora che a suo interesse si strofinava con l’effetto del sale sulle piaghe del mio corpo inerme, paralizzato che in solitudine non poteva trovare rimedio per tenerlo lontano. Ma qui in questa clinica, dove le suore non permettono chiavi e mastelli per serrare la porta del bagno, eseguirò quest’impegno come una sorta di racconto da cammelliere, una pratica tra nomadi per ritrovarsi e riconoscersi davanti al fuoco nel deserto prima del riposo. Diventerò qualcosa di umano che si allontana quanto più possibile dall’idea di un cartoncino perforato utilizzato per addomesticare antenati di calcolatori elettronici o un manuale di tecnica che informa sulle riparazioni del mio organismo o di gente che come me è arrivata qui seguendo i miasmi delle divinità satiriche. Tradurrò i codici dei bevitori in parole per infilarli nelle branchie degli umani. Mi impegnerò a trasformare l’orrore dell’abbandono in narrazione, memoria o in qualunque cosa possa urlare in faccia agli indifferenti il silenzio delle figure che vivono nelle pietre della montagna, nei liquidi dei ghiacciai, nel percorso della pioggia che frulla dal cielo alla terra, nell’eco degli oceani quando manca nell’aria che respirano affannati i bevitori e che soli tra il piscio che scorre nascosto lungo le ginocchia scheggiate e i residui acidi dei rigetti, ascoltano rannicchiati nei letti l’attesa del mondo che si spegne.

Forse è stata la gigantografia di un bue squartato nella galleria d’arte moderna, che ha al piano superiore le opere di Morandi, ad avermi dato l’ illusione delle immagini vaganti in via Fondazza.

[...]

Nella stazione di Grizzana Morandi domina l’impotenza. La gente si muove in fretta nel piazzale, I pioppi fanno da cornice alle automobili parcheggiate sull’asfalto. Nel tardo pomeriggio si riempiono di foglie fredde e umide che non appartengono a nessuno se non all’immaginario vivace della gente che crede questo luogo magico. Molti ci credono. I treni non fermano. La linea locale privilegia la stazione di San Benedetto Val di Sambro. Qui la morte è annunciata da una trascurabile lapide e una scultura che mostra mani di ferro che impugnano la disperazione dietro gli sportelli divelti del treno. A volte nell’ora presto di mattina ritorna l’odore dell’esplosione. Sono le molecole di nitrato rimaste attaccate alle pareti della lunga galleria. Con l’albeggiare vengono allo scoperto per riportare i respiri dispersi dei fantasmi che vagano disperati con le loro domande ancora strette tra i denti. Cercano inutilmente di toccare i pendolari di Bologna e Firenze per scuoterli dai propri automatismi. Dopo le otto l’affollamento si dirama. Entra la malinconia e lo spaesamento si ricopre di un’atmosfera ottobrina, montanara e tagliente. Resta la sensazione di un’ onda sonora che rimbalza innocente da una cavea all’altra trascinando domande vuote che cercano risposte che nessuno sa dare.

Di giorno, dai finestrini veloci della linea principale, si intravede la freschezza della natura e il nome Grizzana Morandi che risuona sul cartello come l’annuncio della bellezza in omaggio al demiurgo di questo posto.

Il paese vero è qualche chilometro più in alto, su una gobba che divide le valli. Divide la zona della stazione da quella di Vergato dove c’è l’ospedale il cinema e la strada per Porretta Terme con l’acqua calda e salubre del demonio.

Poche case, un incrocio a forma di Trinacria. E’ un punto d’incontro che rimanda verso la montagna per una strada stretta e che con pochi passi conclude il paese davanti alla parete di una casa ornata di oggetti per tutta la facciata che costeggia la strada. Sembra un baldacchino Rococò, simpatico e inquietante. Un’insegna alla libertà di vivere come meglio si crede ma c’è l’odore di un’ atmosfera triste, testimone della necessità di sfogare la propria passione per la libertà colpevolizzando l’umanità ipocrita che non sa vedere e non sa sentire il mondo con la sincerità di cuore. Ci sono strumenti, alcuni molto antichi, arrugginiti, disposti come su un piano, catalogati nel genere e nella forma, una mappa archeologica che descrive incontri cronologici e ritrovamenti emotivi diventati nella mente del compositore note oggettistiche. Un diario che scende lungo la parete con la fierezza degli oggetti che si oppongono al richiamo gravitazionale con molta leggerezza, senza sforzo, quasi fossero costellazioni di segni occulti che riproducono emozioni primitive. Un’anima selvaggia che cattura le prede fissandole sulla parete della caverna con l’ immagine evocata dal colore sciolto nel midollo dell’animale vero. A guardarli, quegli oggetti così nella loro disposizione, mi scatenano nel respiro un ritmo e una melodia che non dissuade dall’idea vera del paese che nel proprio nome porta l’artista bolognese votato alla sensibilità della cose ferme sotto la polvere e nel tempo.

La villetta di Giorgio Morandi è isolata. E’ lungo la strada che scende a Vergato.

Le case non hanno nulla che emana l’aria stupefacente delle riproduzioni ad olio. Non c’è la sospensione che spara dal quadro al cuore ogni volta che si guarda. Quella luce non c’è. Nella realtà il paesaggio e le case rappresentate sono frigide come clitoridi evirate lasciate sulla strada a ricordare il piacere che hanno dato al mondo.

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Ho locato la casa dal panettiere in viale Roma Dopo tre mesi di albergo.

L’ultima pensione era gestita da una brutta signora attenta al pagamento che non voleva in ritardo neanche di un giorno. Vivevo in una camera discinta con una cannella del lavandino che avevo scambiato con una poesia terminante in “che cacamient’ è cazz” dopo il qui quo qua narcotizzante e continuo.

Abitavo a pochi chilometri dall’incrocio di Grizzana con San Benedetto Val di Sambro. Le corriere hanno una maniera di viaggiare molto agitata. Chi non è abituato prova preoccupazione. A volte i professori in ritardo chiedono di accelerare l’andatura. Fremono nei sedili, guardano il paesaggio che scorre laterale. Alcuni in piedi entrano con lo sguardo concentrato nella strada che sembra ingoiarli dal grande vetro frontale. Proseguendo, dopo venti chilometri, si arriva in paese. A volte si incontrano cervi e cinghiali che si rifugiano a valle dopo che in cima, a Madonna del Canneto, ha nevicato.

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Figa di legno lavora alle poste. E’ stata nominata “la direttrice”, ma di direzione conosce poco. Ha l’aria di una donna trasandata, antipatica quanto chi detiene una responsabilità senza coscienza e manifesta apertamente le sue paure per ogni operazione che trabocca anche poco dall’ordinario.

Ero obbligato ad incontrarla una volta al mese. Ritiravo lo stipendio perché riprendevo l’insegnamento dopo molti anni, tanti quanto il mio disprezzo per il mondo dei provveditorati e del vecchiume burocratico. Ritornavo dopo sette anni di solitudine per il mondo, nel ventre della bestia, al mio vecchio ruolo di professore umanista. Ritornavo al mondo della pedagogia perché avevo bruciato tutte le occasioni di lavoro sicuro, concorsi da funzionario superati e abbandonati, impieghi logistici nel mondo degli spedizionieri. Altro. Avevo subito il fascino dell’asfalto, mi ero innamorato dei chilometri di carreggiate che legano meridiani e paralleli come cicatrici di bitume che ci fanno apparire agli occhi degli astronauti come una matassa di filo grigio intorno ad una palla di macedonia. È il richiamo del sangue nomade, arriva all’improvviso. In qualunque momento della vita, sollecita l’archetipo del viaggiatore, lo strappa dalla sua condizione sedentaria, gli pone addosso la cappa del rimprovero. Nessun membro della tribù dei nomadi può vivere quieto senza fremiti, mimetizzato nel mondo degli stanziali. Mancano i segni, manca il linguaggio, manca il fascino della femmina di appartenenza. Nessun nomade ha potuto mai sposare, a lungo, una femmina stanziale. Se qualche volta è accaduto, se anche qualche nomade si è fermato per sempre in qualche punto geografico, se non lui la sua discendenza e se non tutta almeno uno dei suoi figli, dei figli dei suoi figli ad un certo momento, all’improvviso ha dovuto alzarsi dallo scrittoio dove lo avevano sistemato e urlando di gioia si è lanciato contro il cielo azzurro rollando come impazzito lungo le piste del mondo. Anche io ero stato risucchiato dalla natura selvaggia del nomade. Ed è lungo quelle strade che ho imparato a godere delle attenzioni di bacco. In Africa, lungo l’antica via della seta, sui banconi dei bar si contrattavano spedizioni e mercanzie. Governava gli affari chi aveva più resistenza nel bere: Jonny Wolker, bevuto dagli indigeni per emulare gli occidentali, Rum chiaro, Rum scuro, Rum dei carrettieri, Rum dei tagliatori di canna da zucchero. Rum.

“ Tolga le opere da questa squallida cornice di plexiglas, compri una cornice vera. I colori e il legno si capiscono meglio dei presidi e dei professori, non li soffochi…..”

Al sesto mese la preside con le gambe ben tornite e un’eleganza femminile alta un metro e sessanta mi faceva chiamare per dichiarami che dava credito alle voci sentite sul mio conto….

Si piaceva nella manipolazione del potere. Si capiva che non era avvezza ai giochi raffinatori dei funzionari, non conosceva all’ indice quanto le era dovuto sapere. Era li grazie a un potente marito. Io invece anni addietro ero stato svezzato da una preside di ferro. Il mio mentore non aveva mai c contratto matrimonio con nessuno uomo. Aveva preferito alla vita domestica di coppia l’arte della burocrazia e dell’organizzazione della pedagogia e per farlo aveva scelto di restare zitella oltre ogni richiesta di corteggiamento da parte di chiunque. Sentiva il suo ruolo come il compito missionario di una monaca, una sposa del sistema scolastico. Forse con me era rimasta impressionata da una sorta di auto da fè che mi portava dentro e che allarmava con forte preoccupazione ogni pezzo del sistema istituzionale che faceva organico con la discendenza del ministero della pubblica istruzione. Si sarà preoccupata e invece di trovare i, cavilli per espungermi dal sistema aveva deciso di insegnarmelo, darmelo in dote in nome forse di una stessa terra di origine comune. Così giorno dopo giorno mi aveva dettato le maniere con cui si accede al sapere burocratico. Si parte dalla struttura, dalla legge ma poi ci si inoltra tra le particelle, i decreti, i precedenti, le interpretazioni, i regionalismi, la provincia… il comune, i plessi, i circoli, le circolari. Queste erano il dominio della moglie. La voce del padrone che mi incontrava in diretta per dirmi che la banca e la gente avevano avanzato congetture sul mio conto. I genitori mi ritenevano un delinquente e la banca, si saprà in seguito, per un caso di omonimia mi riteneva uno spacciatore di assegni falsi.

Mi propose un incontro genitori collegio docenti,che si rivelò un vero processo subliminale. Nel congedarmi, la sua voce cambiò tono, si fece dolce e persuasiva per una consulenza su un paio di acquerelli che aveva attaccato alla parete infilati nel plexiglas che a colpo d’occhio mi sembrarono tecnicamente validi. Rappresentavano una natura morta di buona manifattura.

Mi congedò con la promessa che avrebbe senz’altro seguito il mio consiglio. Ma io non davo consigli. Era un ordine sottinteso che proclamavo. Potevo accettare il pubblico processo ma non sopportavo lo strazio e la richiesta d’aiuto silenziosa di quei poveri acquerelli.

Tempo addietro avrei saputo fare in quel momento come fanno i seduttori. Guardarla dall’alto in basso, porgerle le mie pupille lucenti sopra la fronte per obbligarla a trasgredire il confine della sfida, l’alzata di sguardo, guardarmi e in quel momento di stupida sua fierezza trafiggerla con il sapore tutto della fermezza, della seduzione del richiamo atavico che frantuma le cristallizzazioni e scuote le femmine rimischiandole per natura e perversione all’accesso di desiderio che in un attimo riporta il padre nella memoria di figliola intimorita e pavida, carica di vertigini che oltrepassano le ordinarie sapienti leggi comunitarie per addolorarsi nel piacere della verginità e farsi forte oltre il richiamo dell’incesto. In un attimo tutto il tenuto abilmente consueto di tutta la vita. Cade. Sotto l’aspetto della potenza autoritaria maschile si alza virile a rinvigorire la complicità di trasgredire come in un dettato elementare che scorre nella carne e nel sangue .

“ Te lo taglio Adesso questo tuo bel faccino”. Mi aveva detto L’uomo con la barba dipinta.

È con questa frase che inizia l’essenza di questa storia, il punto di svolta che mi indirizzerà lungo un corridoio del mio meandro esistenziale e che forse termina qui davanti alla scrittura di questa cartella clinica che ha il compito di darti, caro dottore, oltre la forma di anamnesi che mi hai chiesto anche il mio punto di vista sugli accadimenti che dovranno aiutarti per la tua missione di esorcista dell’anima viziata dall’organismo della bestia dionisiaca.

Tra le mani di quell’uomo luccicava un coltellino molto affilato. Lo si capiva dalla brillantezza diamantina del filo della lama. Rifletteva la luce del locale e proiettava minuscole esplosioni luminose che ammaliavamo e ipnotizzavano il mio stato di bevitore stordito. Comunque quell’oggetto era la risposta ad una mia frase. Prima quell’uomo era stato ospitale e gentile. Mi aveva invitato e mi ero seduto con i suoi amici al tavolo del ristorante. Suo figlio era un mio studente, sua moglie gestiva il ristorante tra i migliori della zona. Tra le mie ricerche di alloggi e alberghi dove poter passare la notte dopo le lezioni , mi aveva raggiunto, tramite una bidella della scuola, l’informazione di questo agriturismo elitario situato a pochi chilometri dal paese di San Benedetto Val di Sambro. Avevo preso alloggio in una tra le cinque camere vuote dell’azienda. Il pomeriggio avevo dormito male, l’umidità mi era rimasta tra le giunture delle ossa. Sapevo che avrei trasformavo anche quella disgrazia, come le altre che mi capitava di incontrare, in opportunità per bere. Il vino sostituiva ogni vuoto esistenziale. La famiglia era ovunque, ovunque ci fosse il collo di una bottiglia da baciare. Bere precedeva ogni progetto, era prioritario e gerarchico ad ogni azione… poi il seguito, accettato con gli onori delle armi anche nella sconfitta ma tutta l’anima e il corpo erano in assoluta devozione per la spiritualità fermentata con cui avevo sempre piacere di ballare. Con il vino ci avvinghiavamo diventando l’uno dell’altro un’unica cosa. Solo così riuscivo a pensare oltre lo squallido retaggio quotidiano. Cosa doveva essere d’altra parte la sponda opposta, quella che entrava nelle consuetudini, nei tempi di massa, tra le regole che affrancano, che dicono come ci si comporta, come si elogia magnificamente la divina ipocrisia, come si decide dallo sgabello burocratico di un funzionario la sorte per almeno un anno della tua vita. Quel tavolo era servito con molte brocche piene di vino e buona parte di queste erano state già tracannate dalla mia ingordigia e dalla bramosia. Avevo azionato una sorta di sindrome del cammello che in qualche modo deposita nel suo corpo quanto più litri possibili come a premunirsi contro il tempo di deflusso, contro la paura dello smorzamento dell’inebriazione infilando nel serbatoio tutto iul contenibile e anche lo straboccamento di quel rosso rubino di vigna. Questa era la piattaforma di pensiero dove aveva atterrato lo stato catartico della mia ubriachezza. Uno stato pesante che prima di laminare la pista aveva strattonato le ruote fino a quasi farle esplodere e poi le aveva istintivamente recuperate facendole girare sul piano delle riflessioni come bilancieri per arcangeli addetti al recupero delle anime perse

Quella lametta mostrata senza spavalderia davanti ai miei occhi mi affascinava. Restavo ad ascoltare sempre gli attimi precedenti ogni azione che avrebbe stabilito anche il termine delle percezioni. Mi affascinava senza inquietudine, senza ripensamenti come un dono per gli occhi che finalmente riescono a vedere il motivo della propria esistenza.

Deve essere stato questo modello affezionato ingenuamente al pericolo a scatenare il ripensamento in quell’uomo che stava per compiere il gesto che aveva dichiarato.

Anche adesso con tutto lo sforzo mnemonico che investo non riesco a ricordare nulla dell’argomento della nostra conversazione. Sicuramente dev’essere stata una mia intuizione sui ruoli occulti dei personaggi della comunità. Avevo scoperto il dono di dire ad alta voce la genialità dei miei pensieri. Ero entrato in un luogo sconosciuto, ero stato accolto con molta fratellanza, quasi familiare. Nessuno però mi aveva confidato qualcosa o segreti da mantenere. Solo il mio stato alienato aveva improvvisamente scoperto un livello sottostante dei ruoli e dei comportamenti al modello di prima rappresentazione. Ero entrato direttamente nelle cellule decisionali del regista occulto e avevo sventagliato senza nessuna riservatezza, il repertorio del copione in faccia all’ingenuità apparente del pubblico, rivelando i meccanismi dell’inganno e delle trappole che tatticamente permettevano a quel sistema occulto di governare il territorio.

Il giorno seguente la mia memoria naturale aveva cancellato ogni refuso mentale. Le mie intuizioni erano state allenate dagli ambienti geografici vissuti lungo le strade del mondo. Ero capace di vedere oltre le apparenze immediate ma questa mia sensibilità del visibile era dotata di vita corta, si generava come un lampo nell’esplosione geniale di pochi attimi di consapevolezza, la coscienza si impossessava come un velo trasparente di tutte le informazioni occultate dall’ambiente che copriva, ne succhiava gusto piacere e soddisfazione ma rifiutava il magazzinaggio, aborriva il deposito così nel giro di una serata dimenticavo ogni scoperta, mi riorganizzavo nel vuoto mentale anche perché rifiutavo gli appunti e la rivelazione dei fenomeni scritti in formula.

[...]

“La disciplina è indispensabile per imparare a leggere. Bisogna darsi misura. La lettura non è cosa naturale come il disegno, per accoglierla bisogna sfidarla, oltrepassare il confine oltre cui c’è il piacere di leggere….prima, per almeno venti trenta o quaranta pagine è lotta greco-romano, il più forte vince e vince chi sa resistere all’indifferenza denigratoria del testo. Vince chi sa che oltre la sfida c’è il piacere di scoprire lo stile dello scrittore, che guida per strani mondi inventati, luoghi della mente dove si rifugia la curiosità e il distacco volatile dalla vita reale. Leggere è dissetare il pensiero che naviga nel deserto di ogni giorno”.

I ragazzi mi guardavano con attenzione, alle loro spalle il muro gelido di montagna invadeva l’aula venendo verso la cattedra con l’imponenza di uno scudo di guerra senza ornamento, senza effige o icona o araldica di casato. Solo un piano freddo e un colore smunto si parava davanti costellato nel basso dai banchi e dalle teste dei ragazzi rigide nello spazio come candelabri spenti.

Così cominciai la lezione del giorno dopo. A metà mattinata coronai con una serie di incontri la toilette della scuola. Cos’è vomitare?. E’ assumere gli aspetti del rituale nei luoghi sacri delle istituzioni. Gli elementi del tempio si presentano come altari addobbati di fine marmo ma la finta ceramica non fa smorfie quando ti ci cali sopra abbracciandola con tutto il cuore mentre versi il restio dell’anima che non hai ancora sciupato con la digestione superflua. Tra lo stomaco e la bocca resta un condotto dal sapore tannico, a volte acido o che allappa a punto tale da far male alle mascelle.

“Ho male ai denti”. Ripetevo ad ogni uscita davanti agli sguardi perplessi delle bidelle dall’aria beghina. Rientravo come un centrocampista di sfondamento, limando i muri e le porte per la sala professori con un’aria da mantice e sventolante posizionavo, fisso, ogni volta, lo sguardo catodico su un tratto dell’ autostrada della Firenze Bologna inquadrata dalla grande finestra della stanza. In quei momenti recuperavo un certo sollievo anche fisico, quasi da sindrome della vedetta concentrata con l’abitudine dell’ avvoltoio che aleggia silenzioso nell’animo collettivo. Conoscevo il segreto del luogo,l’ attesa di un genius logi che divora incidenti stradali.

L’istituto è in alto sopra il promontorio del paese. L’autostrada entra come in un grande monitor della polizia stradale nella finestra che molte volte a settimana si riempie con la scena di macchine che sbandano in velocità, si rovesciano come biglie e rotolano capovolte nell’altra corsia o contro il guardareil.

Segue l’attesa divisa come una lama affilata tra la vita e la morte. Chi guarda da lontano e chi respirando sangue succhia speranza dalle sirene delle autoambulanze che arrivano illuminate di blu fosforescente. Di qua dal mondo, dov’erano prima anche i passeggeri delle scocche piegate, i rumori non arrivano. Le scene sono mute come miraggi nel deserto che si ripetono tra i gesti professionali dei medici e l’esangue mondo immateriale delle vittime. Di qua ognuno ha il suo contratto. Le autovetture e gli incidenti sono i possedimenti taciti dell’intera comunità. Carrozzieri e pompe funebri non fanno pubblicità.

Grizzana Moranti è diversa.

Lungo la strada serpentina ci sono gli odori dei castagni, la luce tagliente del sole che riverbera sugli steli d’erba, e le curve insidiose che inerpicano o slanciano l’andatura della macchina verso una serie di incroci prima di arrivare alla stazione di San Benedetto Val di Sambro. Da qui si procede per la strada del mio paese, il luogo di pensiero del vecchio Morandi.

“E’ una persona molto gentile, molto gentile. Questo ricordo….era molto gentile silenzioso, dopo pranzo entrava nel suo studio dove non voleva nessuno e ci restava secondo i lavori che aveva da svolgere, fino a sera. Spesso rinunciava anche alla cena…”.

In un letto dell’ ospedale di Vergato la signora smunta esile delicata, dalla faccia buona e gli occhi neri grandi mi bisbiglia il racconto, per cortesia. Suo figlio le ha chiesto se aveva voglia di darmi qualche informazione o qualche suo ricordo di domestica in casa Morandi.

“La mia povera mamma deve morire, è qui per alleviare il dolore con la terapia che le danno in ospedale. Non resta molto…è così buona”. La donna avrà più di ottant’anni. Da sotto le lenzuola esce solo la testa angelica soave, il resto del corpo si modella fragile tra le forme del letto, sembra non voler dar fastidio a nessuno. Ritira la sua presenza nel minimo spazio possibile così sembra che buona parte del letto sia vuota. Quando pronuncia la parola gentile, le si illuminano gli occhi come se quel ricordo rievocasse la figura di una santità che adesso, tra le luci abbaglianti dell’ospedale, le si avvicina in penombra. Sembra abbia sovrapposto la sua visione sulla mia corporatura.

“Era un uomo molto alto come lei, camminava lentamente, aveva le scarpe grandi che facevano quel rumore per tutta la casa. Era silenzioso non ci si accorgeva della sua presenza, solo quelle scarpe, sempre ben lucidate,facevano quel rumore. Era un vero signore il signor Giorgio. Sempre gentile, anche con me se doveva chiedere qualcosa, un bicchier d’acqua o un’altra cosa, la chiedeva sempre con gentilezza. In tanti anni non l’ ho mai sentito dire una parola prepotente, mai un suono forte, sempre per piacere qualunque cosa chiedesse, ma non chiedeva quasi mai, non disturbava. Solo nel suo studio voleva non ci si andasse mai, solo sua sorella, la più giovane, poteva entrare. Era lei la più accesa che decideva le questioni di casa.”. Si stanca nel parlare la signora. Si ferma con lo sguardo nel soffitto.

“Dopo pranzo amava passeggiare. Spesso andava con il suo amico all’osteria in centro del paese….”

“Dopo ti faccio vedere dov’è…” mi dice il figlio sostenendo con personale partecipazione il racconto della madre.

“E’ lì, quella casa vicino alla caserma dei carabinieri. Adesso è dimessa, ma allora me la ricordo anch’io che ero cinnazz, ci andavano tutti gli uomini del paese. Morandi aveva un suo tavolo vicino la finestra. Sedeva sempre con il suo amico e qui passavano il pomeriggio a parlare e bere. Prendevano un litro di rosso e fumavano il toscano. Io a volte servivo ai tavoli. Avevano sempre un foglio di carta e un mozzicone di matita, tra un bicchiere e l’altro riempivano la carta di segni, prendevano appunti, si spiegavano delle cose, non alzavano mai la voce. A volte restavano ad ascoltare qualche cantante che veniva dal mercato di Vergato. Si fermavano all’osteria anche a dormire prima di ritornare nel proprio paese”.

Dopo l’episodio dell’azienda agricola avevo cercato alloggio nella valle opposta. A Grizzana Morandi mi ero trovato bene da subito, così avevo deciso di utilizzare la mia condizione zingara disciplinando la ricerca verso l’artista che amavo, del maestro solitario con la fede nel silenzio e lo sguardo oltre la natura delle cose. Verso Giorgio Morandi che sempre pensavo figurativamente come un essere che prima di posizionarsi come un telescopio occidentale a guardare dentro gli oggetti comuni fermi sotto il respiro dell’universo, appendeva cortesemente l’anima sull’attaccapanni come fosse un soprabito invernale. Qui, le persone che mi hanno aiutato in questa mia ricerca sono in qualche modo il mobilio che ha arredato la spiritualità del maestro che a Grizzana Morandi aveva la sua tribù silenziosa e il suo trono d’aria infilato in mezzo a tante seggiole comuni e paesane.

Da viale Roma si guarda in lontananza. Il paesaggio aleggia lungo la vallata, tocca le cime dei rilievi e ritorna con l’aria fresca della passeggiata. Nel bar, aperto fino a tarda notte, il vino è solo rosso.

“Professore lei ci va bene in tutto tranne quando piange”.

[...]

L’uomo della golf rossa aveva un’aria familiare. Passava con me le mattine in silenzio nell’aria galleggiante e vuota del bar. La maggior parte dei giorni liberi trascorreva nei pensieri e qualche litro di vino che dal boccione rosso lasciava l’alone intorno al vetro trasparente dei bicchieri. Mi piaceva offrire, mi ricompensava la soddisfazione che appariva sulle facce dei miei invitati. Poche lire per vivere la rispettabilità del mentore controbilanciavano l’usuale legge del mercato che richiede sempre il minimo investimento per il massimo profitto, e pochi bicchieri di vino ritualizzavano il sapore dell’attesa per qualcosa o per qualcuno inesistente. Era quello che Morandi aveva inchiodato con l’olio sulle tessiture delle tele. Un’attesa sublime che viaggia laterale alla morte di cui ne sente le essenze ma non la incrocia, le passa a fianco ogni mattina tra i filari dei pioppi di viale Roma e la luce di questa altura che non ha nulla di magico ma possiede il tepore cardiaco di un sottomarino di vetro immerso tra le acque gelide del nord. Una sorta di vitalità del purgatorio che tralascia la natura dell’animale e le faccende evolutive a quelli della pianura. Qui si resta intere mattine senza parlare. Si beve e si pensa e nessuno mai alza la voce o fa commenti sulle parole che si muovono a mezzobusto, come pesci rossi, dentro il cubo televisivo.

“

[...]

Restai a guardarlo affascinato dalla sua predisposizione innata a comprendere il pensiero e il mondo. Quell’aria iniziale di accoglienza s’era trasformata attraverso le parole in una serie di spinte che toccavano direttamente con forza e pressione sul petto e mi gettavano verso un angolo da dove probabilmente non sarei più riuscito a sortire. Quella faccia prima normale e patriarcale aveva mostrato nella foga dei ragionamenti una dentatura molto affilata, da carnivoro che posizionava le parole e i concetti come artigli scattanti vicino la mia giugulare, nelle vicinanze del collo che tentavo con impegno e fierezza di tenere fermo e piazzato nonostante sentissi accostata la filatura dei denti e degli artigli intellettuali del filosofo. …….