dicembre 2014


IN MEMORIA DEL CARDINALE FIORENZO ANGELINI

Il Cardinale Fiorenzo Angelini appassionato d’arte, amico di artisti come Giuseppe Capogrossi, Giorgio de Chirico, Renato Guttuso e di Francesco Guadagnuolo il quale ha avuto il privilegio di conoscerlo dai primi anni ’80 sino alla sua recente scomparsa e da cui aveva meritato particolare stima.

L’artista Guadagnuolo per diversi anni, ha collaborato con sue opere ai volumi d’arte Il Volto dei Volti: Cristo a cura dell’Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo, presieduto dallo stesso Cardinale. Per ricordare il Cardinale Fiorenzo Angelini arguto e critico qual era, proponiamo un suo testo dedicato alla Madonna interpretata da Francesco Guadagnuolo in occasione del Santo Natale 2014.

IN MARIA, IL VOLTO DELLA CONDIZIONE UMANA E DIVINA

«La raffigurazione di Maria ha come fine ultimo la conoscenza di Cristo. Ella ci indica suo figlio come esempio, Dio fatto uomo, che ha preso su di sé tutta la finitezza umana. La Madonna, Madre di Dio e Madre nostra, assimila nel suo volto dolce e amorevole il volto di tutte le madri.

Innumerevoli sono le raffigurazioni di Maria, e tante le poesie e gli scritti che hanno fatto della Madre di Dio il motivo della loro ispirazione. Maria non è soltanto il cardine, l’anello di congiunzione fra Antico e Nuovo Testamento. La sua è centralità che si rinnova nel tempo, negli scritti dei Padri e dei Dottori della Chiesa, ma anche in scrittori provenienti dalle più disparate scuole di pensiero e da differenti ideologie. Nell’arco dei millenni la figura di Maria è stata segno di devozione per la creatura umana. “Umile e alta più che creatura” cantava Dante: così, la Sua immagine discreta e suprema è divenuta guida di meditazione, la Sua sofferenza è divenuta empatia ultima con gli uomini e con Dio. Volendo, inoltre, soffermare l’attenzione in una disamina meramente quantitativa, si può affermare senza paura di smentita che, se si togliesse dal patrimonio artistico occidentale tutto ciò che riguarda la figura di Maria, scarso sarebbe il patrimonio culturale dell’arte cristiana.

Forse alcuni artisti moderni, non dico per opportunismo, ma per una sorta di opportunità delle circostanze, non hanno voluto espressamente dedicare quadri al tema mariano. Anche al riguardo, tuttavia, credo che occorra guardarsi da generalizzazioni. Peraltro più di un artista che ho conosciuto rientra tra quelle che chiamerei fortunate eccezioni. Io, per esempio, ho una tavola molto bella di un grande artista che ho conosciuto personalmente; un artista che dal figurativo passò all’astratto, divenendo forse il maggiore degli astrattisti italiani: Giuseppe Capogrossi. Dopo la morte fu trovata una sua “Madonna col Bambino”, ancora incompiuta ma bellissima.

Il fascino di questa figura infinitamente celeste e finitamente terrena, ha conquistato non soltanto i credenti ma anche coloro che si definiscono non credenti. Non soltanto i cristiani, ma anche i non cristiani sentono la profonda dolcezza che traspare dalla Madonna. Nel Corano si celebra la giovane donna di Nazareth con motivi orientali, che tendono ad arricchire di nuove forme il già ampio registro di rappresentazioni. Nella nostra civiltà, le immagini ed i testi della Liturgia cattolica latina e greca, romana e bizantina, conservano un fascino che travalica la materia imperante nella mentalità contemporanea, figlia di una scienza sofisticata. Nel mondo protestante, il sentimento di desiderio nei confronti di una così alta figura sta assumendo una crescente rilevanza. Nel dopoguerra, inoltre, l’immagine di Maria come Madre di Misericordia è entrata nella devozione popolare.

Si è concluso da qualche anno il Pontificato di un Papa che con il “Totus tuus” aveva dedicato la sua attività di Pastore del mondo alla Madre di Dio. Giovanni Paolo II, nell’enciclica dedicata alla Vergine Santissima, ha voluto affidare a Maria il proprio Magistero e le speranze di un’umanità che soltanto alla sequela della Vergine può riscoprirsi creatura amata da Dio.

Impegnandosi in temi pittorici dedicati alla Vergine, Francesco Guadagnuolo è stato antesignano di un innovativo indirizzo dell’arte sacra moderna, ponendo l’intero genere umano sulle orme di Colei che, obbedendo a Dio, si è resa Madre di ogni uomo. I dipinti di Francesco Guadagnuolo sulla Madonna svelano non soltanto la profonda capacità artistica, ma dimostrano anche la sua intima religiosità. La realizzazione delle opere da lui dedicate alla “Vita di Maria”, lo ha intensamente occupato sia sul piano spirituale – oserei dire trascendentale – sia su quello propriamente tecnico. Egli è giunto così a interpretare in maniera grafico-pittorica il viaggio terreno e celeste della Santissima Vergine Maria, conformemente alla dottrina dogmatica mariana. Maria diventa Speranza e Salvezza che libera il mondo, e Guadagnuolo, con avveduta e deferenza devozione, è riuscito a elaborare il delicato argomento in modo inedito e con sintesi moderna.

Direi che, nel suo modo di esprimersi, vi è la dimostrazione di un maestro che ha saputo cogliere nella storia dell’arte quello che è più bello, il meglio, condensandolo nella sua intelligenza e nella sua anima. Dall’opera di Guadagnuolo, si deduce come saper tradurre la capacità di trasferire nel nostro presente la vita della Vergine e la sua santità. L’artista ripercorre gli episodi sacri del Cristianesimo, con la sua abilità di far riflettere in Maria tutti i volti della condizione umana. Il suo modo di porgere artistico non soltanto è assolutamente piacevole, ma induce, costringe a pensare, insomma fa riflettere. Nascono così tante espressioni di Volti di Maria. Queste espressioni della Madonna, umana e spirituale, sentono al proprio interno il senso del divino attraverso un linguaggio semplice e naturale.

Un ruolo di straordinaria importanza è quello riservato alla luce e alle sue diversificazioni cromatiche, accentuate a seconda dei differenti temi da trattare. In alcune opere i colori leggeri sono scavati con tratto veloce e deciso; in altre, la luce occupa l’intera scena, come nelle opere l’ “Annunciata” e la “Pentecoste”. Il simposio di luce e colore è visibile particolarmente nell’opera “Maria incontra Elisabetta”, dove la luce nasce dal grembo della Vergine, e lì stesso, riscaldato da cotanta luce, il piccolo di Elisabetta sussulta.

Nell’“Annunciata”, Maria è avvolta dal Mistero che si compie, ogni suo tratto e lineamento testimonia il suo assenso a Dio. Nello “Sposalizio”, la circolarità degli sguardi casti della Vergine e di Giuseppe ruota intorno alla moderna composizione che si chiude con la fede nuziale, all’insegna dell’amore cristiano. In “La Natività”, il volto di Maria racchiude tutto il fascino del fiat; la sua gravidanza non è volontà umana bensì frutto di un sì donato a Dio; si legge, nel suo sguardo, tutta l’azione dello Spirito Santo che in Lei si vivifica. Nelle “Nozze di Cana”, primo miracolo di Gesù, si prefigura nei simboli dell’acqua e del vino la passione di Cristo. E, nella “Crocifissione”, l’artista riesce a rivivere nella tela il Calvario di Cristo; ogni particolare è curato con attento realismo; caratteristici sono i personaggi nella scena.

In “Maria Madre della Chiesa”, la Madonna è rappresentata come tramite fra l’uomo e Dio. Lei è al centro del dipinto, con intorno il genere umano che chiede la Sua dolce intercessione. Il volto illuminato di Gesù guarda a Sua Madre e affida a Lei tutta la Chiesa. In “Assunzione” della Beatissima Vergine, Maria è completamente trasfigurata e avvolta dalla Luce che la chiama a sé con tutto il suo Corpo Santo.

Nell’“Inconorazione”, la corona, che sovrasta ma non si posa sul capo della Vergine, diviene simbolo vitale della maternità di Maria. Ella è Regina in quanto Madre, e alla sua Santa Maternità guarda l’uomo per riscoprirsi fratello nell’umanità.

Queste opere non sono dei semplici ritratti o allegorie. Esse sono il risultato di una profonda elaborazione mariologica, in cui l’artista riesce a sviluppare una accurata spiritualità. Guadagnuolo, forte di una ventennale preparazione artistica, possedendo peraltro i canoni teologici, riesce nell’impresa di porli alla portata e comprensione di tutti. Con questo suo impegno artistico, egli diviene intermediario per coloro che osservano le opere, toccati da questa meticolosa raffigurazione degli eventi caratterizzanti la vita di Maria.

Si può dipingere in tanti modi, si può disegnare in tante maniere. Il modo con cui Guadagnuolo riesce a entrare nell’immagine, nelle figure e nelle scene riguardanti la Madonna Santissima, è nuovo, e certo è difficile introdurre delle novità in un tipo di iconografia come questa. Se pensiamo a un’arte figurativa, che non è astratta, ma neppure un’evanescenza a metà tra informale e realismo, non saprei come ben definire l’arte di Guadagnuolo, che a me sembra inglobarle tutte. Tuttavia, proprio il figurativo conosce il rischio di produrre quello che noi chiamiamo  le “oleografie”, il che, almeno per me, non è cosa piacevole; anzi non lo è per chiunque abbia un senso non dico artistico, ma critico dell’espressione del bello, dell’arte vera e dell’arte pura.

Di fronte all’opera di Guadagnuolo, invece, noi ci troviamo coinvolti, compromessi. Non soltanto comprendiamo quello che il maestro ha composto, ma addirittura pensiamo che, se ne fossimo capaci, vorremmo fare proprio così. Questo non significa che tutti siamo artisti, ma che la nostra incapacità non ci impedisce di sentire l’arte e di esprimerci con i medesimi sentimenti dell’artista».

Fiorenzo Angelini

 

Comunicato stampa

‘La solitudine di Prometeo’

di Ciro Palumbo

“Così come lo scultore trae dal marmo il suo Prometeo, Palumbo ne dipinge le marmoree membra sulla tela e tutto intorno è tenebra, è luce, è nuvole e monti, è solitudine”.

Al MacS di Catania dal 13 Dicembre 2014 al 3 Febbraio 2015

Sabato 13 Dicembre 2014, alle ore 18.00, al MacS (Museo Arte Contemporanea Sicilia) nella Badia piccola del  Monastero di San Benedetto di via Crociferi, a Catania, si terrà, il vernissage della mostra ‘La solitudine di Prometeo’ di Ciro Palumbo. La mostra sarà visitabile fino al prossimo 3 Febbraio 2015. Interverranno: il Direttore del MacS, Giuseppina Napoli e l’artista Ciro Palumbo.

Giuseppina Napoli (Direttore MacS) – “Il Mito, con il suo susseguirsi di fantastiche ed epiche vicende aventi per protagonisti divinità, uomini ed eroi, fin dalle notte dei tempi è stato fonte d’ispirazione per poeti, scrittori ed artisti che da questo hanno tratto ispirazione. Affascinante tra tutti è il mito di Prometeo, colui che osò disubbidire agli ordini divini e che, amico degli uomini, donò loro il Fuoco sacro, affinché da esso attingessero forza, conoscenza e vita. Condannato per il suo gesto fu costretto a subire l’atroce martirio di essere incatenato ad una rupe, mentre una famelica aquila gli divorava le interiora che costantemente ricrescevano.

Oggi il MacS ospita questo mito e lo celebra attraverso il racconto pittorico che di esso ne fa Ciro Palumbo. Nessuna retorica o magniloquenza, non presunzione né oltraggio nei gesti dell’eroe, piuttosto l’emblema delle scelte condotte a termine con coraggio. Così come lo scultore trae dal marmo il suo Prometeo, Palumbo ne dipinge le marmoree membra sulla tela e tutto intorno è tenebra, è luce, è nuvole e monti, è solitudine”.

 

Dalla nota critica di Stefania Bison - Ciro Palumbo si distacca coraggiosamente da secoli di rappresentazione e ci pone davanti a un Prometeo diverso, che nulla eredita dalla tradizione iconografica. La sua pagina pittorica si presenta qui spogliata della teatralità e pathos che solitamente ne caratterizzano la figura, non presentando né il dramma del suo castigo senza fine nè il trionfo del ratto del fuoco. Il Prometeo di Palumbo, raffigurato non con le sembianze di essere umano ma come statua di reminiscenza classica, simulacro dell’uomo, è seduto su una roccia che riporta alla memoria la regione caucasica. Le sue membra non sono strette da catene, ma morbidi legacci le cingono dolcemente. Legacci che devono essere letti non solo nella loro essenza materiale, ma in quella più profondamente spirituale e psicologica. Non esiste il senso di costrizione, ma la possibilità di un’immediata liberazione. È un Prometeo essenzialmente umano a cui è concesso il libero arbitrio e la conseguente capacità di scelta, consapevole della sua colpa e al tempo stesso fiero del prezioso dono fatto agli esseri umani. Difficile darne un’interpretazione precisa, ma senza dubbio Ciro Palumbo è riuscito a privare la figura del titano da quell’aura mitologica anacronistica che poco si accompagna ai nostri giorni, preservandone invece intatto il suo valore archetipico”.

 

Biografia Ciro Palumbo Nato a Zurigo nel 1965. Il suo percorso artistico prende l’avvio dalla poetica della scuola Metafisica di Giorgio de Chirico e Alberto Savinio, per reinventarne tuttavia i fondamenti secondo un’interpretazione personale del tutto originale. Nella sua ricerca procede attraverso momenti di contemplazione e silenzi metafisici, a cui si contrappongono espressività notturne e intimamente travagliate, dove si respira netto il distacco dall’immobilità silente che abita le tele del Pictor Optimus. Le sue opere si presentano dunque come palcoscenici in cui gli oggetti presenti sono portatori di simbologie oniriche. Ciro Palumbo non è solo un pittore, ma di fatto un poeta che riflette, agisce e compone per coniugare metafore sull’inafferrabilità del tempo e l’incommensurabilità dello spazio, mostrando quindi la sua capacità di approfondire l’osservazione non tanto della natura, quanto delle impressioni immaginifiche che provengono dalla memoria. Curioso ricercatore e studioso, lavora da qualche anno anche sul tema del Mito, interpretando la mitologia classica in chiave squisitamente moderna, e dandone una lettura profondamente colta e suggestiva. L’artista riesce dunque a sublimare e contestualizzare i miti antichi in spazi al di fuori del tempo, dimostrando la loro contemporaneità. La sua formazione di grafico pubblicitario lo porta ad esercitare per anni la professione di Art Director in Agenzie pubblicitarie di Torino. È durante questo percorso che scopre ed amplia le sue capacità visive e compositive. Successivamente, l’esperienza in una moderna bottega d’arte e la conoscenza di alcuni Maestri contemporanei, lo conducono ad approfondire la tecnica della pittura ad olio con velatura. L’artista inizia la sua attività espositiva nel 1994, e ha al proprio attivo un centinaio di mostre personali in tutta Italia. Nel 2011 ha partecipato alla 54a Biennale di Venezia, padiglione Piemonte. Tra le esposizioni internazionali sono da segnalare la presenza all’Artexpo di New York, al Context Art Miami, le mostre personali a Providence (USA) e in Svizzera a Bellinzona. Alcune opere di Palumbo sono presenti all’interno della collezione della “Fondazione Credito Bergamasco”, presso la “Civica Galleria d’Arte Moderna G. Sciortino” di Monreale (Pa) e al MACS di Catania. Hanno scritto della sua produzione artistica Paolo Levi, Vittorio Sgarbi, Alberto Agazzani, Angelo Mistrangelo, Tommaso Paloscia, Alberto D’Atanasio, Stefania Bison, Francesca Bogliolo. Le sue opere sono pubblicate su importanti annuari e riviste di settore, inoltre alcuni dipinti si trovano all’interno di collezioni istituzionali e private in Italia e all’estero. Attualmente vive e lavora a Torino.

 

 

‘La solitudine di Prometeo’

di Ciro Palumbo

Macs – Museo Arte Contemporanea Sicilia

via Crociferi – via S. Francesco n. 30, Catania

dal 13 Dicembre 2014 (vernissage ore 18.00) al 3 Febbraio 2015

Sede: MacS – Museo Arte Contemporanea Sicilia

Indirizzo: via Crociferi – via S. Francesco n. 30, Catania

Telefono: 095 715 2207 – 342 301 7376

Orari: Da lunedì a domenica, ore 9.00 – ore 18.00 (chiusura il giovedì)

Ingresso: € 5,00 (biglietto unico) – € 3,50 (biglietto ridotto)

Ufficio Stampaufficiostampa@museomacs.it

www.museomacs.it – info@museomacs.it

Si allegano al presente comunicato: la scheda mostra (potete richiedere a questo indirizzo mail ufficiostampa@museomacs.it foto delle opere di alta risoluzione, la foto di Ciro Palumbo e n. 2 foto delle opere Il dono dell’intelligenza, 2014, olio s u tela, cm 40×50  – In attesa, a capo chino, 2014 olio su tela, cm 100×90.

 

L’Addetto stampa

Grazia Calanna

Catania, 22 Novembre 2014

MacS

Badia Piccola

Monastero San Benedetto

Catania – via Crociferi

www.museomacs.it

 

La poesia nasce dalla città sospesa (Intervista di Fabio Iuliano a Anna Maria Giancarli)

Tutto parte dal tempo. E dallo spazio. Dalla percezione mutata di una città in cui 32 secondi ne

hanno cambiato il volto. L’orologio disegna un presente sospeso, come se macerie e puntellamenti

ci fossero sempre stati. Da quella notte del sei aprile è cambiato tutto, ma quanto è difficile trovare

E cambia passo il tempo – poesie su L’Aquila – Anna Maria Giancarli

le parole per raccontare il passato e il presente all’Aquila. Ecco che, a cinque anni e mezzo dalla

tragedia, i versi di Anna Maria Giancarli si infilano tra gli angoli delle periferie disorientate e tra i

puntellamenti del centro. “E cambia passo il tempo”, un titolo (presentato in forma di enjambement)

che raccoglie 24 poesie su una città sospesa, in cui un nuovo orologio «si impadronisce del suo

corpo mutato». Le poesie hanno ritmo, anzi ballano, tremano, trasmettono l’ansia del movimento.

Circoscrivono immagini di una città che fu, dai colori delle finestre alle forme dei quartieri storici,

ora dissolte nella nebbia. A tratti, il racconto si fa preciso e dettagliato. Suoni, profumi, odori,

immagini vivide, come quella del mercato storico di piazza Duomo, lasciano il posto a sinestesie

che meglio descrivono l’estraniamento di questa comunità. Le foto di Luca Bucci, a partire da

quella di copertina, accompagnano il tessuto narrativo. Il libro verrà presentato martedì 9 dicembre

alle 17,30 nella sala consiliare del Comune, con il sindaco Massimo Cialente e l’assessore Betty

Leone a fare gli onori di casa. L’introduzione critica sarà affidata a Gabriele Lucci. Sabatino

Servilio curerà l’intervento musicale, Lea Contestabile quello artistico. Ugo Capezzali leggerà

alcuni versi.

La Giancarli affonda le radici nella formazione classica, ma spesso si lascia andare in

sperimentazioni di vario tipo, anche con l’ausilio dell’elettronica. Partecipa e organizza numerosi

reading, letture pubbliche e festival nazionali ed europei. Cura per la casa editrice Tracce di Pescara

la collana “Segni del suono”. Era da tempo che non dedicava dei componimenti poetici al

capoluogo abruzzese. «Afferrare il concetto del tempo è difficile», spiega la poetessa aquilana che

al suo attivo ha dieci libri di poesia e due antologie tradotte in romeno e in spagnolo. «Il passato non

esiste, il futuro neanche e tutto ciò che riusciamo ad afferrare è il presente, entità comunque

effimera e mutevole. La relatività incide molto sulla nostra percezione. Pensiamo a quei 32 secondi

un lasso di tempo minimo che però quella notte sembravano non finire mai».

Professoressa Giancarli, sin dall’immediato post-sisma molti autori aquilani hanno pubblicato

libri in prosa e in poesia. Perché aspettare cinque anni e mezzo?

«Non ho mai cessato di scrivere, ma in quei mesi così intensi, subito dopo la scossa, per me era

tanto difficile legare le parole fra loro e comporre versi. Per me era necessario recuperare la giusta

distanza dal dolore e raffreddare la mia parte emozionale nel parlare di perdite incalcolabili. Ho

sacrificato le mie rivelazioni personali per dar spazio a una poetica di significati in cui tutti i miei

concittadini possono ritrovarsi».

Che realtà metropolitana evoca nei suoi versi?

«L’Aquila appare ingabbiata, buia, silenziosa e disabitata nelle aree più storiche che ne hanno fatto

nei secoli una città d’arte. I miei versi parlano della voglia di veder rinascere le sue bellezze

artistiche e architettoniche».

In che modo la poesia può dare un contributo?

«Non si può ricostruire materialmente senza prima ricostruire le coscienze e riscoprire quello spirito

autentico che tiene unita una comunità. Mi auguro che le mie parole costituiscano del “materiale

caldo” su cui far leva per riaprire gli occhi».

Poesie come “fiction” e “Sei una storia molto italiana” affiancano immagini poetiche e

spaccati di attualità. Quali sono le sue denunce personali?

«Tante cose non hanno funzionato, sin dalle risate di quella notte maledetta. E poi dopo, ancora, le

scelte imposte dal governo e l’inerzia di un sistema politico che non ha saputo offrire alternative.

Oggi L’Aquila rappresenta un’icona del degrado culturale, civile e umano di tanta parte del nostro

Paese. Scandali, rapine e indifferenza diventano elementi prevaricanti a discapito della memoria e

della ricchezza identitaria. Per questo è importante far leva su una poesia che “ricostruisca la voglia

di ricostruire”». [da il “Il Centro”]

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L’uovo cosmico, un archetipo cosmogonico, di cui si trovano i tratti strutturali ma non il simbolo, per la prima volta, presso gli Assiro (Sumeri) Babilonesi, dalla Mesopotamia, nel 2.000 a.C., si è diffuso in India, nel 1.600 a.C., nella religione induista e nell’antico Egitto e nell’antica Grecia, con l’orfismo nell’800 a.C., e nei Pelasgi con il pelagismo. Tardivamente si è diffuso anche in altre religioni orientali, occidentali e africane, come in Cina, nel 400, nelle regioni europee celtiche e in Africa presso i Bambara. Nella religione induista, l’uovo cosmico, detto Hiranyagarbha, viene descritto nei libri Bhagavad Gita Upanishads come un nucleo universale immerso nell’oscurità e dal quale il Signore Brahma lo ha reso manifesto, per mezzo dell’Aum, una sillaba che permette l’emissione respiratoria e che nell’induismo rappresenta il soffio vitale originale. Da questa primeva creazione della cosmologia induista si è sviluppato l’Universo, fino alla sua conclusione nel massimo degrado e poi da capo in una serie di cicli, chiamati kalpa. Una rappresentazione scultorea del concetto nel Mitraismo, è il dio Mitra, detto anche Phanes, spesso rappresentato mentre compare dall’interno di un uovo d’oro. Nella religione orfica, una storia mitica greca, racconta come dall’uovo d’argento, deposto dalla Notte nell’oscurità dell’Erebo e fecondato da un soffio di vento del Nord, contenente il cosmo, sia nato Eros. Nel mito dei Pelasgi, si racconta la stessa storia in modo particolareggiato. Qui è la dea Eurinome, emersa dal caos e fecondata dal serpente Ofione, che depone l’uovo universale. Quindi quest’uovo, come quello cinese è un uovo di un rettile mitico, forse il basilisco. Nella religione taoista cinese, nel IV secolo d.C., l’uovo cosmico viene descritto nel mito di Pangu, il creatore del mondo, coadiuvato dalla tartaruga, da Qilin, un drago con le corna, simile ad una chimera, dalla Fenice e dal dragone. Nella religione buddista zen giapponese all’inizio vi era un uovo con dentro il caos, al centro del quale vi era un seme creatore. Nella religione celtica il cerchio vuoto si chiama Oiw ed è il centro dell’evoluzione cosmica, simboleggiato dal Sole. Per i celti si chiama Glain, un uovo rossastro nato da un rettile marino che depone uova sulla spiaggia.Nei Bambara all’inizio vi era un uovo vuoto che si riempie e si sviluppa a causa di un soffio creativo dello Spirito. Nel mito polinesiano Vari-Ma-Tetakere vive in una noce di cocco cosmica. Nell’antica religione egizia, è la Fenice a deporre l’uovo, dal quale rinascerà, ciclicamente. La Fenice è dotata di alito vitale dal quale nasce il dio dell’aria Shu. In prossimità della propria morte la Fenice costruisce un nido a forma di uovo e lì la Fenice brucia completamente ma da questa combustione si genera un uovo, che il Sole fa germogliare. Mircea Eliade scrive sulla cosmogonia: “Il motivo dell’uovo cosmogonico, attestato in Polinesia, è comune all’India antica, all’Indonesia, all’Iran, alla Grecia, alla Fenicia, alla Lettonia, all’Estonia, alla Finlandia, ai Pangwe dell’Africa occidentale, all’America centrale e alla Costa occidentale dell’America del Sud.” In Russia ed in Svezia sono state trovate uova di creta in molti sepolcri. Le statue di Dioniso trovate nelle tombe in Beozia portano un uovo in mano, segno del ritorno alla vita. Era invece vietato mangiare uova agli adepti dell’orfismo in quanto questo culto misterico ricercava l’uscita dal ciclo infinito delle reincarnazioni, cioè l’abolizione del ritorno periodico all’esistenza. L’uovo rappresenta quindi la ” ripetizione della nascita esemplare del Cosmo, l’imitazione della cosmogonia” Gli astrofici a partire dagli anni trenta hanno incominciato a parlare di un nucleo primordiale preesistente, sconosciuto e inconoscibile, dal quale si è sviluppato l’Universo per mezzo del Big Bang, da qui in poi conoscibile, perché emettitore di luce. L’idea nasce da un bisogno percepito di riconciliare l’osservazione di Edwin Hubble di un universo in espansione (osservazione già ipotizzata da Albert Einstein con le sue equazioni della relatività generale). Erwin Schrödinger appassionato di Vedanta, applica questo concetto alla meccanica quantistica. Attualmente la cosmologia asserisce che prima di 13,7 miliardi di anni fa l’intera massa dell’universo era compressa in un volume di circa trenta volta la dimensione del nostro Sole, dal quale si espanse fino allo stato attuale per mezzo del Big Bang. In particolare Castellani nel 1993, nel suo libro fondamenti di Astrofisica, parla di questo nucleo primitivo sconosciuto, in modo ragionevole, formato da un brodo di quark, leptoni e fotoni.

 

Con l’acquerello Alba a punta Castiglione , Mara Corfini è presente nella collettiva  organizzata dalla Società delle Belle Arti- Circolo degli Artisti “ Casa di Dante” ( Piazzetta Santa Margherita, 1) in Firenze. La Mostra- inaugurata il 29 novembre rimarrà aperta fino all’8 gennaio 2015- si pone in maniera interessante fra gli avvenimenti artistici che animano  Firenze, città di fermenti culturali sempre attenta al mondo dell’arte e delle sue espressioni.

La Corfini, acquarellista dal tocco lieve e arioso, da anni orienta la sua ricerca cromatica e stilistica sulla tecnica dell’acquerello che le permette di realizzare opere di personale espressività il cui mondo di indagine si rivolge alla natura marina, alla visione delle montagne, agli angoli preziosi di Firenze e ai suoi giardini incantati. Le gradazioni dell’azzurro di cielo e di mare, le sfumature del bianco-grigio-celeste, le variazione dei rosa e le accensioni del giallo danno forza e carattere al pensiero che vuol cogliere quanto di sereno, placido e spirituale vive  nei paesaggi non solo naturali ma  interiori. I suoi quadri sono sempre avvolti da una particolare luce che fa pensare a questi versi di Montale “…e su tutto l’abbraccio/ d’un bianco cielo quieto.”( da Ossi di seppia)

Maria Stella Rossi

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