arte/teatro


Qual è l'età dell'anima dell'uomo? Come ha la virtù del camaleonte di cambiare colore ad ogni nuovo approccio, di essere allegra con gli allegri e triste con gli abbattuti, così anche la sua età è mutevole come il suo umore… 

Le voci si fondono e si fondono nel silenzio nebuloso: silenzio che è l'infinito dello spazio: e veloce, silenziosamente l'anima si diffonde su regioni di cicli di generazioni vissute. Una regione dove il grigio crepuscolo scende sempre, non cade mai sugli ampi pascoli verde salvia, perdendo il suo crepuscolo, spargendo una perenne rugiada di stelle.

– James Joyce, Ulisse

Bernardino Izzi “dialoga” con Antonio Picariello sul V canto dell’Inferno.

(Anteprima avvenuta durante l’evento Comunque prima c’era del 4 agosto 2023, presso il Comune di Larino)

Si ringrazia vivamente l’avvocato Bernardino Izzi per la gentile concessione.

15 maggio 2020 – 15 maggio 2023

A te che manchi da questa stanza
 e il tuo mancare è già gran cosa
 che ingravida il mio vuoto nell’attesa
 e piú soave è la tua mancanza
 di qualunque presenza nella stanza
 già il pensiero di te si fa sostanza
 luminosa che ride.

Mariangela Gualtieri
da “Quando non morivo”, Einaudi, Torino, 2019

Era de maggio e te cadéano 'nzino,
 a schiocche a schiocche, li ccerase rosse…
 Fresca era ll'aria…e tutto lu ciardino
 addurava de rose a ciento passe…
 Era de maggio, io no, nun mme ne scordo,
 na canzone cantávamo a doje voce…
 Cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo,
 fresca era ll'aria e la canzona doce… E diceva: "Core, core!
 core mio, luntano vaje,
 tu mme lasse, io conto ll'ore…
 chisà quanno turnarraje!"
 Rispunnev'io: "Turnarraggio
 quanno tornano li rrose…
 si stu sciore torna a maggio,
 pure a maggio io stóngo ccá…
 Si stu sciore torna a maggio,
 pure a maggio io stóngo ccá."
 E só' turnato e mo, comm'a na vota,
 cantammo 'nzieme lu mutivo antico;
 passa lu tiempo e lu munno s'avota,
 ma 'ammore vero no, nun vota vico…
 De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje,
 si t'allicuorde, 'nnanz'a la funtana:
 Ll'acqua, llá dinto, nun se sécca maje,
 e ferita d'ammore nun se sana…
 Nun se sana: ca sanata,
 si se fosse, gioja mia,
 'mmiez'a st'aria 'mbarzamata,
 a guardarte io nun starría !
 E te dico: "Core, core!
 core mio, turnato io só…
 Torna maggio e torna 'ammore:
 fa' de me chello che vuó!
 Torna maggio e torna 'ammore:
 fa' de me chello che vuó " 

(Di Giacomo – Costa – Murolo)

"Turnarraggio quanno tornano li rrose…" – Ciao Toni'
https://www.youtube.com/watch?v=FwZjxtjksXg

L’omaggio in versi di Pierino Picucci in due poesie per Antonio Picariello

Il grido disperato
Un guaito di un cane nella notte
lugubre, implorante, lungo,
il cui eco si disperde nella valle tra ombre
di fantasmi e voli di uccelli notturni.
Cosa vuole il tuo grido disperato,
quali incubi assediano l'animo sospeso.
Appoggiato al muro del rudere con gli occhi sbarrati
a confondere l'ombra per essere solo.
Ancora ostinato ti chiedi il perché.
Risposta che non avrai mai alla tua angoscia.
Inoltrati nel bosco per i consueti vagabondaggi,
accarezza il buio, l'amico silenzioso,
scaccia la tua vanità, la tua umanità.
Cosa vuoi da un mesoltelioma.
Diagnosi crudele, inappellabile.
Le storie si ripetono, cambiano gli attori.
Recitiamo una parte involontaria, occasionale.
Andremo nel dimenticatoio universale
col tempo rinserrato nella scatola della memoria.


Corri amico
Corri amico, corri forte fino allo sfinimento.
Quando le gambe non ti sorreggono più
allora buttati per terra, dovunque sia,
in mezzo alla strada, sul marciapiede, tra i rovi
se sei fortunato su l'erba di un prato.
Ti accorgi che ancora respiri e la mente
resta ossessionata,
non ci puoi far niente è successo.
Rialzati e sfida ancora i tuoi polmoni.
Corri, corri, non guardare intorno.
Il vento, la pioggia, la grandine non
ti possono fermare.
Scalzo sotto il sole che ti arroventa
spogliati, butta la canottiera inzuppata
grida come un ossesso,
scaraventa i pensieri al di là della rupe,
nel baratro che ti attira per volare come un rapace.

Pierino Picucci

Antonio, fratellino caro, 

sei andato via inopinatamente per viaggiare in Cielo e hai lasciato un vuoto, colmo però di tanta ricchezza anche artistica, donatami nel corso della nostra lunga amicizia. 

Mi mancano le nostre conversazioni, a volte fino a tarda sera e come quella volta che ad Antonella le si chiudevano gli occhi fino alle 4 del mattino e, noi ancora a parlare senza avere sonno. 

Mi manca il tuo pensiero profondo sull’arte e sulla vita in generale. Tu, uomo di grande spessore umano e culturale, eccellente critico e artista, bravo professore, hai lasciato un vuoto incolmabile nel mondo dell’arte e dell’istruzione. 

Riservato, empatico, appassionato, energico, simpatico, estremamente buono, straordinario, ma descriverti con queste parole è forse superfluo e sempre molto riduttivo. 

Sei stata una persona dal pensiero “puro”, che ha abbracciato con grande entusiasmo la vita e l’arte. Ora in Cielo, sicuramente stai curando la mostra degli “Angeli”, fortunati ad averti e qui, nella memoria sento la tua voce soave, con la tua carezza all’anima. La tua comunicazione estetica e poetica, intessuta a volte di mistero, mi ha permesso di diventare artisticamente l’artista che oggi sono. Credevi con forza nell’arte e come non ricordare le tue parole quando vedevi un mio nuovo quadro e dicevi «ottima opera».

Antonio, ti voglio ancora bene e non posso e non voglio dimenticarti! Quando ho bisogno di te so dove trovarti. Ti sono molto grata e sono felice di averti incontrato sul mio sentiero.

Firmato sorellina (come mi chiamavi tu). (cuore)

Valeria Acciaro

Il profondo omaggio di Luigi Fabio Mastropietro in ricordo di Antonio Picariello.

 LETTERA PER UN ESSENO 
 (in occasione del primo genetliaco della sua seconda vita) 
  Ma ciò che brama la carne è morte, 
mentre ciò che brama lo Spirito è vita e pace 
 (Lettera ai Romani 8,6) 
Oggi 15 maggio 2021 è il primo genetliaco della tua seconda vita che coincide con la 
 rinascita della tua pagina criticart.it.

 I tuoi affetti più cari mi chiamano a scriverti di nuovo, dopo quasi un anno 
 dall’ultima volta.

 Quel venerdì di un anno fa, la bestia cieca del dolore mi sbarrava il passo e ti scrissi: 
 
Caro Antonio, ungo le pietre sulla soglia del tuo passaggio ma non mi è di nessun conforto.
Mi sforzo di pensare che il tuo sacrificio ha inciso sulla terra arida un segno che se non possiamo vedere con gli occhi sordi possiamo almeno toccare con le dita mute, ma il dolore è una bestia cieca che mi sbarra il passo.
 Vorrei poter dire che questa terra amara ti ha amato, ma non posso. Farei un torto a tutti coloro che ti hanno amato.
 Antonio, il Critico d’arte dell’isola de la Réunion, l’Intellettuale organico del mondo perduto nel buco nero di se stesso, il Maestro invisibile che solo gli Ultimi vedono, è un uomo perseguitato dal pensiero dominante e abbandonato ai margini della vita dalla sovrana minorità. 
 La tua aura colore dell’oro, la tua bella voce calda, la tua generosità di altri tempi, il tuo coraggio di guardare in faccia il demone, l’impatto rivoluzionario della tua cultura sincretica, la tua dolorosa ossessione per la bellezza, tutto lo straordinario patrimonio di armonia e di follia che stai gridando senza aprire bocca è veramente insopportabile per questa terra. 
 Uno sguardo troppo trasversale per meritare attenzione da queste parti. 
 Una comunicazione troppo ardita per poter essere tradotta nella lallazione balbettante della intelligencija locale. 
 Una narrazione troppo alluvionale per poter essere liofilizzata nelle pillole programmaticamente scaricate dai chierici nostrani. 
 Quale uomo che sappia di esserlo, quale intellettuale che sappia di esserlo, può sopravvivere nel deserto per più di vent’anni senza impazzire oppure senza maturare un bel male incurabile? 
 Caro Antonio, questa terra amara ti ha prima esiliato e poi ti ha ucciso. Nonostante il tuo coraggio, nonostante la tua valorosa resilienza.
 Un solo pensiero può alleviare il dolore.
 Ovunque tu sia adesso, quel posto è comunque meglio di questo. 
 
 E ancora oggi, se questa mia fosse un epitaffio, caro Antonio, reciterebbe Hanno ammazzato Antonio, Antonio è vivo. Ma non è un epitaffio. 

 Se invece fosse un elogio post mortem, si intitolerebbe L'uomo che cadde sulla terra di Molise e allora potrei scrivere che tu in questa terra sei più alieno di Thomas Jerome Newton, il misterioso extraterrestre proveniente dal pianeta Anthea. 

 E allora dovrei scrivere che anche tu, come il protagonista del romanzo di Walter Tevis e poi del film di Nicolas Roeg, hai dedicato la tua vita a un compito ineffabile quanto titanico, inventando scuole di pensiero artistico e movimenti internazionali come Archetip’art, ideando e curando eventi culturali e mostre d’arte in Italia e all’estero, raccogliendo la devozione di tanti artisti e il consenso degli intellettuali più percettivi intorno a un “manifesto” comune, attraverso la tua opera di critico d’arte “militante” e di appassionato docente e, non ultimo, di semiologo che fa del sincretismo la chiave di lettura e la cifra di comunicazione del mondo. 
 
 Ma questo non è nemmeno un elogio post mortem. Non lo è, semplicemente, perché tu non sei morto. I morti scompaiono e invece tu sei ancora qui al mio fianco. Tu sei ancora vicino a me e a quelli che ami, hic et nunc. Continui ad amarci come noi ti amiamo e a sostenerci nel nostro cammino ancora più che nel passato. 

 Non possiamo più toccarti, è vero. Ma se chiudiamo gli occhi possiamo ancora vederti sorridere limpidamente e se li apriamo possiamo ancora ascoltare la tua bella voce calda e profonda, sintonizzata sulle frequenze armoniche dell’universo. 

 Caro Antonio, questa è una lettera al mondo, quel mondo che tu ancora abiti con il tuo insegnamento, seppure sui piani sottili dell’Essere. È uno sguardo al volo che tu stai compiendo, librandoti nei cieli immensi dell’origine, nel tempo senza tempo, quando “a noi bastava solo l’amore / il resto ci poteva mancare” *. 
 
 Una lettera aperta e un’invocazione, affinché questa civiltà moritura possa ancora nutrirsi di te e confidare nel tuo apostolato di bellezza per mantenere aperta una crepa di luce nella tenebra che la opprime. 
 
 Sei emerso dal tuo viaggio al termine della notte, recando la luce del sole negli occhi e stai illuminando il mio cammino e il cammino degli altri che hanno la buona sorte di incontrarti, mentre combatti i tuoi demoni con il sorriso sulle labbra e lo sterno spalancato sull’abisso, salvato dalla tua misericordia per la miseria degli uomini. 
 
 Procedi ancora al nostro fianco nella fitta nebbia del presente, consumato senza un lamento dall’inedia di questa terra avara e nutrit
o senza sosta dalla sacra bellezza che l’uomo votato al suicidio sognando ha resuscitato nell’arte. 
 
 Molise non amour, scrivi, rispondendo sempre con l’amore al deserto che ti assedia e al demone dell’acedia che ti rinnega. 
 
 Comunque prima c’era, scrivi, rivelando che nessun letto di contenzione di nessuna galera sprofondata nella dannazione può mai cancellare la potenza salvifica dell’arte, perché nell’arte vive la residua vibrazione siderale del mistero dell’Archetipo, quando l’Uno si divide in Due per farsi luce e ombra, materia e spirito. 
 
 E ci sono visioni antiche che risvegliano la memoria collettiva dell’uomo, “luoghi dove il linguaggio sublime parla silenzioso al destino delle persone” e dove le cicatrici si riaprono e riprendono a buttare sangue. 
 
 Con il tuo cuore santo tu puoi vedere questi santi luoghi. Tu puoi vedere i colori del mondo. I colori del deserto e delle città di sabbia. I colori del nulla. E le pietre dello uadi. Ai tuoi piedi, nel letto della terra scorreva un torrente, ora c’è solo il suo canto. Dove era l’uomo ora solo un’impronta di polvere. 

 
 Questa sera, mentre ti scrivo, un vento teso e rabbioso rade al suolo un cielo opaco e assente di un maggio degenere. Ti vedo sorridere sornione mentre mi racconti che il silenzio è solo il rovescio della parola e che il creato è come un magnifico tessuto broccato, tempestato di luce e di sangue. Solo rovesciandolo si può scoprire la complessità del disegno e dell’intreccio dei fili. 
 
 La vita è “ordine sorretto dal disordine”, mi dici, mentre mi guardo le mani e mi accorgo che sono diventate vecchie come la pietra del fiume morto ma che le dita sono ancora feraci come quelle di Amore, il giovane schiavo di La Réunion, capace di fecondare i fiori di vaniglia. E allora spengo la lampada e chiudo gli occhi. 

 
 Dovunque ci troviamo, sulla sabbia del Sahara o sull’asfalto di una città perduta, sei al mio fianco. Mi siedo e distendo i palmi delle mani davanti al viso. Per i miei figli lontani o per i figli che non ho mai avuto o forse solo per me stesso, comincio a raccontare. La notte scenderà presto e bisognerà accendere un fuoco perché il mio racconto si nutra e le bestie si mantengano fuori del cerchio. 
 
 Anche se “la mia è una razza che fa paura davvero”, spremerò ancora una volta la vita dal mio cuore e compirò una volta ancora “il sacerdozio dell’archeologo, l’atto liturgico che unisce il tempo dei viventi con il già vissuto”. Ora sento arrivare i miei demoni in punta di piedi e in silenzio unirsi al cerchio. Il sole è tramontato e non distinguo i volti ma ricordo i nomi. Posso nominarli uno ad uno e intrecciare finalmente tutti i fili della trama del mondo. 
 
 In fondo è per questo che sono qui, anche se non ci sono mai stato. 
 
 Mentre il mondo soffoca, resto in silenzio. Acquattato tra le coltri iridescenti dell’ultimo cielo, aspetto. Aspetto che arrivi, trascinandosi sulla rena bagnata, le scarpe di stracci, incatenato per il collo all’infermiera bendata. Aspetto di vederlo cadere in ginocchio e ridere in faccia al mare, più forte del suo mugghiare. 
 
 Aspetto di vederlo tagliare con il suo indomabile sguardo quella luce così dolce e nera. Aspetto di vedere il bagliore dei suoi occhi per cogliere il corpo del dio che si muove. 
 
 Ma il dio si nasconde nella sua lingua muta e viene fuori sempre alle mie spalle con un fremito incendiario. 

 
 Il vento alla fine si è placato. Dovunque mi trovi, riapro gli occhi e non mi importa più del dio, ormai. 
 
 Ho letto il suo libro e anche se non posso vederlo, posso respirare il suo fiato dentro di te. 
 
 Luigi Fabio Mastropietro 
 
 * dalla canzone “Cieli immensi” – autore Fortunato Zampaglione. 

(Lettera ad un Esseno di Luigi Fabio Matropietro)

Quattro anni fa, nel febbraio 2016, alla morte del suo professore Umberto Eco, Antonio Picariello – per molti, abitualmente, Tonino – condivideva con i lettori (non solo) molisani un sentito elogio intitolato «Le lacrime del giorno dopo. In memoria del mio professore». Dalle pagine del suo blog o dalle colonne de Il Giornale del Molise, Antonio affidava la sua testimonianza di dolore ma, al tempo stesso, di rispettoso omaggio e ammirazione verso uno dei suoi grandi maestri universitari (certamente in compagnia di Tomás Maldonado), divenuto tale non tanto per la levatura del saggista-romanziere successivamente da tutti conosciuto, ma per il dono prezioso che sentiva di aver ricevuto: l’epifania e il perfetto incastro del senso delle cose apprese, l’eterea elevazione dell’intelletto e dello spirito grazie alla disponibilità di un nuovo sguardo, capace di generare altrettante innovative visioni e sistematizzazioni del mondo, rendendo chi ne adotta l’efficacia il «re dell’universo». Proprio tale ebbrezza di regalità, ricevuta dai grandi, è stata la sua missione di vita, intuendo che la crescita intellettuale fosse un bene troppo prezioso e appagante da poter essere ignorato o addirittura serbato in privato: ecco allora che ogni atto, ogni gesto, ogni discorso, ogni lezione od ogni performance artistica diveniva testimonianza del suo scopo, fatto di una attività culturale, critica, divulgativa e didattica da diffondere per elevare e appagare chiunque ne venisse a contatto.

Scrivere di Antonio Picariello, tanto più nel giorno della sua dolorosissima scomparsa, significa aprire una sconfinata, densa ed emozionante galleria di ricordi, aneddoti, immagini, discorsi, confronti. D’impulso, ciò sembrerebbe valere per chi lo frequentava da vicino, familiarmente, ma io, suo nipote, sono certo del contrario: Antonio Picariello era un attrattore cosmico, un uomo di una ricchezza d’animo e di intelletto che, senza fatica, riusciva a riempire i vuoti o a far debordare i pieni delle esistenze di chi lo incrociava. Uomo eclettico, esteta ed amante del bello nelle sue innumerevoli forme artistiche: dalla musica al cinema, dal teatro alla letteratura, dalla poesia alle arti figurative, sua passione più nota. Sono certo, allora, che ciascun lettore di queste righe provi la mia stessa sensazione di vastità e acceda agli spazi del ricordo più congeniale o più emotivamente vicino.

Per quello che attiene ai miei, sono orgoglioso di dire che Antonio Picariello era anche un fulcro di vita. Rarissime sono state le volte in cui non l’ho consultato prima di una decisione importante; altrettanto rarissime quelle in cui non ci aveva visto giusto. Nel tempo, dalla mia infanzia ai giorni recenti, ha svolto un apprezzato e già vacante ruolo di mèntore, fatto di lunghi approfondimenti pomeridiani su tutto ciò che un bambino evita, lezioni di chitarra (ho suonato per la prima volta grazie a lui – ironia destinale – wish you were here), Passepartout di Daverio invece del tiggì, accesi dibattiti a tutto tondo, illuminanti riflessioni accademiche, senza tralasciare il fascino del suo archetipo più riuscito su di me: Bologna. Fèlsina, come la chiamavano gli Etruschi, non è stata per noi solo una città, ma un crocevia di situazioni, emotività, persone, affetti dove potevamo incontrarci intellettualmente per avere una chiave di volta che sostenesse l’intero arco. Così Paolo Fabbri (anche quello di Guccini) e il DAMS, Omar Calabrese e la semiotica, Umberto Eco e l’Encyclopédie, Tomás Maldonado e il labirinto, Guy Debord e il Situazionismo, Freak Antoni e gli Skiantos, Pazienza e il ’77 sono divenuti i paesaggi di senso per concepire tutte le cose, anche quelle lontane. A proposito, mentre scrivo vanno le canzoni composte e suonate dai Pika-Moll, duo molisano (Picariello-La Molle) di universitari bolognesi… Sfuggendo, però, da un memento personale, è mio compito e mia intenzione celebrare – semmai ve ne fosse bisogno – Antonio Picariello come figura di rilievo (me lo consentirete) nel mondo dell’Arte e della sua critica, così come della Scuola.

Non potrei elencare qui tutte le innumerabili iniziative artistiche nel tempo realizzate: curatela di mostre, esposizioni, performances, land art, documentari, proiezioni, spettacoli teatrali (memorabile la Tosca dell’Opera al Laghetto –­ Venafro, 2019), programmi radiofonici, così come conferenze, convegni ed eventi artistici internazionali – si pensi al Premio Termoli. L’attività saggistica di critico militante – e talvolta di artista pittorico e romanziere sotto lo pseudonimo di Pilò – ha raggiunto il suo acme con l’ideazione e la creazione del movimento artistico internazionale Archetyp’Art (Italia-Africa), mai tralasciando uno sguardo e un’attenzione particolare al caro Molise, tra i numerosi eventi artistici a respiro nazionale e internazionale (Francia, Argentina, Brasile tra i più emblematici). Allo stesso modo, sarebbe impossibile citare la totalità degli artisti con cui ha collaborato, ma va ben sottolineata la molteplicità e la polimorfica capacità di spaziare tra stili, tecniche e vezzi di ognuno, evidenziando, ancora una volta, il ruolo dell’Arte come potente veicolo di scambio, incrocio e crescita. A riguardo, rimanevo sempre stupito dalla simbiosi che il critico imbastiva con la pluralità dei suoi artisti – dai poeti ai pittori, passando per scultori e musicisti – riuscendo a toccare sempre le corde giuste, tali da rendere la vastità delle tecniche e degli stili o la multimedialità delle forme in connessioni vive e vibranti, capaci di mettere a sistema il tutto ed entusiasmare gli animi. Insomma, l’uomo d’Arte, nella sua accezione più completa, era in grado con qualche sapiente connessione rizomatica del pensiero – arte di cui era espertissimo – e con il giusto rimando o la migliore disposizione delle opere, di donare ritmo e metrica allo spartito dell’evento.  

         Al tempo stesso, l’insegnamento, la didattica e la Scuola – che lo ha messo a dura prova di peregrinaggio prima di accoglierlo come docente in ruolo – erano nutrimento fondamentale per il professor Antonio Picariello. Come detto in apertura, il dono prezioso che sentiva di aver ricevuto da Eco, diventava a sua volta il presente da donare ai suoi studenti. Penso, allora, alle sue generazioni di allievi italiani (dalle prime supplenze lombarde e venete, passando per le varie esperienze in Emilia-Romagna) che vedevano accendere nelle sue sapienti orazioni di Letteratura, Storia o Geografia il fuoco della curiosità e avvicinarsi all’ardore della conoscenza mai didascalica o conformante, ma sempre maieuticamente dirompente. Penso ai tanti temi su foglio protocollo che, come nello strumentario di ogni docente, fanno capolino ciclicamente nelle case e negli spazi domestici d’ognuno: il professor Antonio li leggeva con cura e devozione, entusiasta di scoprire in ognuno di essi quel valore epifanico alla stregua di quello ottenuto nella lettura del trattato di semiotica generale. Penso alla passione per la poesia e alla venerazione di Dante Alighieri, probabilmente per la ineguagliabile universalità e profondità archetipale del suo messaggio d’amore che lo stesso Antonio ha sempre ricercato, senza tralasciare le meravigliose e commoventi interpretazioni dei contemporanei (Ho pianto ascoltando I limoni di Montale), ancor più se amici larinesi di lunga data.

Penso, infine, all’uomo Antonio Picariello, tanto nel suo impegno civile di divulgatore e funzionario dell’Arte nei livelli istituzionali (degno di nota il suo incarico di consulenza del Sindaco Giardino presso il Comune di Larino), quanto nei suoi ruoli di figlio, fratello, marito, padre, zio e amico formidabile e onorabile: pur negli alti e bassi che costellano ogni esistenza umana, posso dire senza timore di smentita che Antonio Picariello ha saputo sempre distinguersi e lasciare il segno, come recentemente qualcuno mi scriveva.

Intendo concludere questo doloroso ricordo affidandomi alle sue parole, anche considerandolo come onorifico tributo alla sua altissima visione delle cose: in queste infauste settimane pandemiche, ho frequentato assiduamente i suoi canali web, tra interviste, riflessioni e preziose testimonianze. In particolare, vorrei rimandare voi pazienti lettori al video denominato «Schola», opera che cristallizza la summa del suo pensiero e la sempre cara memoria storica scolastica, al momento della demolizione di una scuola larinese, restituendo, attraverso i propri ricordi di alunno, una sorta di inconscio collettivo junghiano in un misto di potenti evocazioni sonore che si incrociano finanche nel titolo, in un ibrido tra non impeccabile pronuncia inglese ­– do you remember Pink Floyd? – ed ereditaria dizione avellinese.

Ecco, dunque, le toccanti, profonde e illuminanti parole pronunciate in presa diretta qualche anno fa: «Una scuola che diventa la memoria racchiusa negli scaffali, che fra qualche giorno non ci sarà più. I voti, i registri: chi siamo? ecco cosa siamo, questo siamo noi; ecco dove andiamo, andiamo lì. Costruito un mondo se ne fa un altro e il precedente, quasi magicamente, si dimentica, si abolisce. Una forma biologica del divenire: qualcosa scompare per lasciare posto a qualcos’altro che arriva. Siamo uomini, biologia, botanica, minerali; siamo terra e in questa terra, in questa geo che ci aspetta, in questa geo che ci dice tutti i giorni “forza uomini lottate, forza non perdete il senso della vostra vita!” Ogni atto che avviene è un atto unico e prezioso; ogni atto che avviene è il risultato di questa scuola che ci ha dato la formazione e l’avvenire e che questo avvenire incontriamo adesso in questo momento in cui qualcosa sta per scomparire». «Piange il cuore? No. È una consapevolezza della vita; è la vita che si trasforma; noi che sappiamo che la trasformazione è necessaria affinché si possa vivere; sappiamo anche che tutto questo spazio sarà dimenticato se non per questa documentazione che Matteo sta svolgendo mentre io parlo, a braccio, attraverso i  ricordi. […] Siamo i pionieri di quello che avverrà e questa scuola è il nostro luogo della memoria che ci dona la sicurezza per affrontarlo».

Ebbene carissimo zio Tonino e carissimo professore di una intera comunità, mentre scegli questa data per lasciare le cose terrene, io, al contrario, sento il cuore affranto e cerco di trarre, ancora una volta, un indispensabile insegnamento dalle tue apprezzate parole, pensando che la travolgente vita che ti caratterizzava non sia cessata ma si sia trasformata nel potente luogo della memoria che hai costruito e che grazie a te sarà per sempre un sicurissimo luogo di conforto.

Ciao Tonino,

tuo Daniele

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