agosto 2012


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I politi e i critici sono cani da tartufo
Quando finalmente ritrova il suo amico lo trova in preda a una grottesca ossessione: ha ripreso centinaia di ore di pellicola della città di Lisbona, puntando la macchina dietro le spalle per non vedere le immagini mentre gira. È arrivato alla conclusione che l’occhio del fotografo rovina le immagini, le rende false e contaminate.
È così In questo modo c’è la possibilità di un minimo di comprensione di quanto stia accadendo al nostro sistema storico contemporaneo. La critica ha perso il suo senso e resta solo un alone sporco di un ruolo e di una funzione che in passato ha costruito, nel bene e nel male, livelli di società qualificate. La mancanza del giudizio di valore apre solo il diaframma sull’inquadratura di giovani personaggi capaci di adoperarsi male, privi di etica e di principi costruttivi, anche ideologici che comunque anche negli anni di piombo fungevano da strumento riflessivo e analitico per il divenire, e che nel qui e ora, se esiste ancora o ancora si può usare una banalità intercalante della lingua con questi suoni, se applicati a una regione a totalitarismo provinciale senza coscienza scientifica, o appagante sul filo di una limitata conoscenza della storia dell’arte, crea danno irreversibile a cui nessun dio, monocratico o diffuso, può rimediare. Siamo a dire un territorio che ha storia agricola come etnoantropologia richiede, fabbricato di conoscenze fuori dal pensiero astratto che è entità capace di elevare il senso di vita ai valori della progettualità e dello spirito che necessariamente il progetto veicola. Sono questi luoghi carichi di genius loci potenti nell’agire o nel far agire, ma mancanti totalmente dell’archivio evolutivo scatenato dal ‘900 con la immissione lacerante nel sistema accademico della psicologia o di quella disciplina che accosta e modella l’antica maniera classica di disputare, dall’ellenico in su, punti di vista analitici attraverso le filosofie e i pensatori di ogni epoca e tempo.
Un territorio arcaico sventrato d’improvviso dall’impatto scellerato dei mass media ha folgorato le menti abituate al linguaggio strutturalista popolare. Le città di dimensioni minute gestite alla paesana bene descritti nel secolo scorso da Silone o da Guareschi con i sindaci e le giunte a volte i consigli, sciorinati nelle strade o nei bar in “metissage” con la vita comune a bere birra o a infervorarsi d’opinioni sportive. Il sindaco di paese amministra al pari della modalità con cui le comari scambiano pareri e informazioni. Si sa tutto di tutti, a volte meglio e con più scientificità informativa degli stessi protagonisti. Si sa in sotteso alle informazioni giornalistiche che arrivano alla notizia solo a stadio finale o all’effetto scatenato da causali che tutti sanno come archivio perfetto del silenzio paesano, del gesto ammiccante come nelle partite di tressette tra compagni di azione e di parte. Il resto, il successivo, la notizia appunto, è solo diretta conseguenza delle ipotesi discusse e digerite dalla comunità silenziosa. Si sa tutto di tutti anche nell’era della nanotecnologia o di internet che spesso viene usato dagli utenti in maniera selvaggia e senza codici funzionali al legante comportamentale comunitario. Mancano le regole del buon senso perché nessuno, compito essenziale della politica mancata, si è preoccupato di anticiparle con la responsabilità preveggente di poter unire tecno e sociale nella sua giusta misura evolutiva tanto da permettere una crescita osmotica e pedagogica tra innovazione tecnologica e modo d’uso, diffuso alla pari nella società. È il senso del servizio alla collettività che nei territori delle comari risulta storicamente inviso e straniero per non dire straniante, a questo modello. Lavorare di critica in questi depositi dell’azione imposta non è, come è prevedibile da chiunque, molto facile. Anzi si potrebbe commisurare un paragone figurativo con la dimensione missionaria in campo teologico eseguita da quegli uomini di fede che all’inizio dell’era della ragione si votavano al recupero ecumenico delle anime sparse sul pianeta. Si potrebbe pensare si stia parlando di una regione tipica italiana, una regione come il Molise o la val d’Aosta che è a statuto speciale ma legata dal regime storico al resto fatale delle altre componenti nazionali; le altre regioni italiane. Si sta parlando invece della nazione. Si parla dell’Italia. L’Italia roussoniana fatta di Emilio e di buoni selvaggi che si contrappongono alla mentalità vichinga napoleonica e austroungarica. Qui Voltaire non è mai passato né è transitato Goethe solo qualche assessore alla culutra che ha il dono innato del sapere e che a ogni evento si presenta con il fiuto del cane ad annusare convenienze e avvicinamenti che porteranno la consolidata posizione degli undicimila euro al mese nella durata più lunga possibile. Cosa importa se il critico o l’artista sono di marca genuina, se il critico ha nelle ossa la storia dell’arte romana ed ha impiccato al chiodo l’estetica e la scienza ancor meno l’etnologia e la sociologia. Cosa importa all’assessore o al presidente se la sua società è soggetta a usura millantazione e morte. Finché dura, fin quando ci saranno missionari a fare da capri espiatori come insegna il giovane jean clair che pure deriva da una famiglia di agricoltori, la vita continua e se non per gli altri almeno per me che non ho studiato ma conosco bene il tressette e le comari di montagna. Ottimo cane da tartufo che qui cresce nei giardini patronali….

Scheda tecnica:

Regia: Wim Wenders
Durata: 105 minuti
Produzione: Germania/Portogallo
Anno: 1995
Fotografia: Lisa Rinzler
Scenografia: Zé Branco
Suono: Vasco Pimentel
Musica: Madredeus

I personaggi principali del film e gli interpreti:

Rüdiger Vogler (Philip Winter), Patrick Bauchau (Friedrich Munro),
Teresa Salgueiro, Pedro Ayres Magalhes, Rodrigo Leão, Gabriel Gomes, José Peixoto, Francisco Ribeiro (i Madredeus), Manoel de Oliveira (sé stesso),
Vasco Sequeira (il camionista), Ricardo Colares (Ricardo), Joel Ferreira (Zé), Sofia Benard da Costa (Sofia), Vera Cunha Rocha (Vera),
Elisabete Cunha Rocha (Beta), Canto e Castro (il barbiere),
João Canijo (il truffatore), Viriato José da Silva (il calzolaio).

Commento:

Philip (nel manifesto), tecnico del suono, trova un messaggio di un suo amico regista che lo chiama a Lisbona per aiutarlo a finire un film che sta girando. Arrivato a Lisbona non trova il suo amico Friedrich, ma dopo qualche giorno passato nella sua casa trova del materiale girato da lui e comincia a lavorarci sopra. Gira per la città per cercare e registrare suoni. Poi incontra Teresa, la cantante del gruppo Madredeus che sta registrando la colonna musicale del film e si innamora di lei (nel manifesto). Quando finalmente ritrova il suo amico lo trova in preda a una grottesca ossessione: ha ripreso centinaia di ore di pellicola della città di Lisbona, puntando la macchina dietro le spalle per non vedere le immagini mentre gira. È arrivato alla conclusione che l’occhio del fotografo rovina le immagini, le rende false e contaminate. Philip lo richiama in terra, lo convince che anche nell’epoca dell’inquinamento visivo si possono ancora fare dei film e ricominciano a girare il loro film in modo “tradizionale”.

I momenti più belli e poetici del film sono quelli quando Philip ascolta suonare i Madredeus. La loro musica è la tipica musica popolare di Lisbona, il “fado”. “Fado” esprime malinconia, tristezza, nostalgia per ciò che si è perduto o il rimpianto per ciò che si è mai raggiunto. Spesso cantato da donne e accompagnato dalla chitarra, il “fado” è l’anima profonda del Portogallo. La bellezza della musica di Madredeus e la dolce, ma espressiva voce della loro cantante renderebbero da sole il film degno di essere visto. Ma poi ci sono anche le immagini di Lisbona, non quella turistica, ma per questo non meno affascinante. Certamente Wenders non rinuncia ai suoi discorsi sul senso della vita, e qui c’è forse una piccola debolezza del film che in certi momenti si allunga un po’ troppo.

Ma alla fine è soprattutto un film sul cinema. Si può, nonostante le immagini che ci inondano ogni giorno da parte di giornali, riviste e TV, ancora fare del cinema senza inserirsi nella superficialità della cultura odierna delle mass-media? Wenders risponde con un convinto sì e con questo film ci da anche un bel esempio. Il film è una specie di dichiarazione d’amore ai 100 anni di cinema, è pieno di citazioni, usa in parte tecniche e macchinari degli anni Venti e non rinuncia neanche a delle invenzioni comiche che ricordano i film muti dei primi anni di questo secolo. Il film è un piacere per gli occhi e per le orecchie e in alcune scene Wenders si è anche ricordato del fatto che il cinema può far ridere…

http://www.francovalente.it/2012/08/21/fondazione-molise-cultura-e-tutto-tace/

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Quadrelle, 24 agosto 2012.

Sesto giorno di residenza artistica creativa a Quadrelle.
Una calura, a tratti opprimente, avvolge ogni nostro passo, azione, idea.
Le mosche, irriverenti, si prendono gioco delle pelli sudate, mettendo a dura prova la poesia delle nostre parole.
Si prova, si discute, ci si confronta.
Il tempo scorre veloce. L’inaugurazione di Artènot 2012 dista solo una settimana.
Nascono collaborazioni, si alimentano progetti. Si crea, si distrugge e si crea ancora.
Si forgiano la materia, lo spirito, il suono, la parola, il senso di ogni gesto.
Un continuo interscambio umano e culturale, a stretto contatto con chi, qui a Quadrelle, vive l’ordinaria quotidianità. Il calore e l’ospitalità, tipici della gente del sud, sono doni dai quali attingiamo a piene mani, con la speranza di poter restituire, attraverso la nostra arte e la nostra essenza, doni altrettanto speciali.
Quadrelle è silenziosa, quasi assopita, salvo ridestarsi improvvisamente a sera, quando le vie del centro accolgono un lento sciamare di lingue e colori diversi.
Tra una birra, una sigaretta, un cornetto caldo, la calura si dissolve e la notte diventa tentatrice.
La magia dell’ukulele, voci che si abbracciano.
Non ci sono confini, né barriere. Solo una lunga scia di emozioni protese verso il cielo.
Faites vos jeux. Si accettano puntate.
Rien ne va plus. Quando la notte si inchina al nuovo giorno.

E stasera prime incursioni cittadine.
Alle 17, Marco Matta, col suo laboratorio di pittura aperto a tutti coloro che vorranno confrontarsi e scoprire il talento di questo poliedrico artista. (vicolo Tronole – Casa Mattis).
Alle 19,30 invece, alla fermata del bus, Via Circumvallazione, performance del gruppo italo-spagnolo Amamanta. L’arte come nutrimento e dipendenza.
Si dia inizio alle danze….

Enrico Danna

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