Una sola passeggiata per Istiklal già offre un’idea della quantità di piccole e grandi gallerie d’arte contemporanea e moderna: la più imponente delle strutture è SALT, uno spazio aperto di recente che ha già ospitato importanti mostre internazionali, all’interno dei suoi cinque piani. Altra importante e rinomata sede dell’arte contemporanea è l’edificio Misir Apartmant, situato circa a metà di Istiklal Caddesi, con i suoi 7 piani, quattro dei quali ospitano gallerie. Percorrendo Istiklal venendo da torre Galata, troverete sulla vostra destra Arter, una galleria a più piani. All’incrocio dove si erge il palazzo del liceo di Galata Saray, scendete sulla destra verso il Bosforo. Vi trovate su una strada chiamata Bo?azkesen, nel quartiere di Tophane, all’apparenza zona molto tipica di una Istanbul vecchia, ma che vi riserverà la sorpresa di molte piccole gallerie: alcune al piano terra, alcune all’interno di appartamenti.  La via di Bo?azkesen scende fino al mare. A quel punto, girate a sinistra sulla strada principale dove passa la tramvia, e costeggiando la moschea di Nusretiye, giungerete ad Istanbul Modern, la galleria più importante di Istanbul di arte contemporanea e moderna, con mostre permanenti e temporanee di artisti turchi e stranieri. Per coloro in possesso del permesso di soggiorno e per i cittadini turchi l’entrata è gratuita il giovedì. Se le vostre tasche ve lo permettono, premiatevi infine con un caffè al bar della galleria, a ridosso del mare

 

http://www.aap.beniculturali.it/censimento2percento.html

“Abbellire” gli spazi pubblici, incrementare il patrimonio dello Stato e incentivare il lavoro degli artisti. Con queste finalità nel 1949 – in piena ricostruzione post-bellica – viene emanata la Legge 717/49(meglio conosciuta come “Legge del 2%”) che prevedeva la realizzazione di opere d’arte negli edifici pubblici di nuova costruzione.

Questa norma – pur se spesso mal applicata – è tutt’ora in vigore e nel corso degli anni ha prodotto alcuni risultati eccellenti, come i recenti esempi dei palazzi di giustizia di Venezia con l’opera di Botto e Bruno e quello di Pescara con gli interventi di Enzo Cucchi, Sandro Chia e Michelangelo Pistoletto.

La DGAAP – che ha il compito istituzionale di vigilare sull’applicazione delle legge e di monitorarne i risultati – ha avviato nel novembre 2015 una ricerca per l’identificazione di tutte le opere pubbliche realizzate a partire dal 1949 sul territorio nazionale grazie alla Legge del 2%.

La ricerca prevede la restituzione di una mappatura con materiale storico-bibliografico, immagini e dati georeferenziati che sarà fruibile attraverso una piattaforma web.

La conclusione del progetto è prevista per la fine del 2016.

 

 

F. Kafka        Lettera al padre

Voce Maschile

Mio caro papà,

non è molto che mi hai chiesto perché asserisco di aver paura di Te. Come al solito non ho saputo rispondere, un po’ per la paura che Tu m’incuti, un po’ perché per motivare questa paura, occorrono troppi particolari che non saprei cucire in un discorso. E se ora mi provo a risponderTi per iscritto, anche questa risposta sarà incompletissima, poiché pur scrivendo mi sento impedito dalla paura e dalle sue conseguenze, e perché la vastità dell’argomento supera di molto la mia memoria e la mia intelligenza.

A Te la questione è sempre parsa molto semplice, almeno quando ne parlavi con me e, secondo i casi, con molti altri. La vedevi così: tutta la vita Tu hai lavorato duramente, hai sacrificato tutto per i Tuoi figli, specialmente per me, di modo che io son vissuto da signore, libero di studiare quel che volevo, senza crucci materiali, e cioè senza crucci affatto; in cambio Tu non chiedevi gratitudine – Tu conosci “la gratitudine dei figli” – ma almeno certi riguardi, qualche segno di comprensione; invece io Ti ho sempre evitato, rintanandomi in camera mia, fra i libri, fra amici esaltati, fra idee insane; mai Ti ho parlato a cuore aperto, al tempio non Ti sono mai stato accanto, mai son venuto a trovarTi a Franzensbad, d’altronde io non posseggo il senso della famiglia, non mi sono mai curato della ditta o degli altri Tuoi affari. La fabbrica Te l’ho caricata sulle spalle per piantarTi subito in asso, ho sostenuto Ottla nei suoi capricci, e mentre per Te non muovo un dito (neppure un biglietto di teatro T’ho mai portato) per gli amici farei qualunque cosa. Se riassumi il Tuo giudizio su di me, ne vien fuori che Tu non mi rimproveri nulla di malvagio o di disonorevole (tranne forse il mio ultimo progetto matrimoniale) ma freddezza, estraneità, ingratitudine. E anzi me lo rimproveri come se fosse colpa mia, come se con un giro di timone avessi potuto cambiare tutto, mentre Tu non hai nulla da rimproverarti, se non forse di essere stato troppo buono con me.

Questo Tuo giudizio lo reputo esatto solo in quanto credo anch’io che Tu sia del tutto inconsapevole della nostra lontananza.  Ma anch’io sono altrettanto innocente. Se fossi capace di condurTi a riconoscerlo, sarebbe possibile non dico una nuova vita – siamo tutti e due troppo vecchi – ma una sorta di pace, non la fine ma un’attenuazione delle Tue incessanti rampogne.

Strano a dirsi, Tu hai una vaga percezione di quello che io intendo. Così ad esempio m’hai detto recentemente: “Io ti ho sempre voluto bene, anche se in apparenza il mio contegno non era quello degli altri padri, appunto perché non so fingere come gli altri”. In complesso, papà, io non ho mai dubitato della Tua bontà verso di me, ma questa affermazione non la credo giusta. E’ vero che Tu non sai fingere, ma voler solo per questo sostenere che gli altri padri fingono è o pura protervia che non si può discutere oppure – così è secondo il mio parere – la velata dimostrazione che fra noi due c’è qualcosa che non va, e che anche Tu ne sei la causa, ma senza colpa. Se tu lo ammetti, allora siamo d’accordo.

Non dico, naturalmente, di essere diventato quel che sono soltanto per il Tuo concorso. Questo sarebbe molto esagerato (e io inclino fin troppo a tale esagerazione). E’ assai probabile che, anche se fossi cresciuto libero dal Tuo influsso, non sarei diventato un uomo come volevi Tu. Sarei stato sempre una creatura debole, paurosa, dubbiosa inquieta, certo non un Robert Kafka o un Karl Hermann, certo però diverso da quello che sono, e avremmo potuto vivere in buona intesa. Sarei stato felice di averTi per amico, per principale, zio, nonno e perfino (sebbene con qualche esitazione) per suocero. Soltanto che come padre Tu eri troppo forte per me, tanto più che i miei fratelli morirono bambini, le sorelle vennero molto più tardi, e io dovetti sopportare da solo il primo urto, per il quale ero di gran lunga troppo debole.

 

 

Voce Femminile

Ero un bambino pauroso, e ciò nonostante certo anche caparbio come lo sono i bambini; certo la mamma mi viziava ma non posso credere di essere stato molto difficile da guidare, non posso credere che con una parola gentile, con un’occhiata amorevole, prendendomi quietamente per mano, non si sarebbe ottenuto da me tutto ciò che si voleva. Tu sei, in fondo, un uomo benigno e mansueto (ciò non contraddice a quanto dirò in seguito, poiché parlo soltanto dell’impressine che Tu facevi al bambino), ma non tutti i bambini hanno la perseveranza e l’intrepidezza di cercare la bontà finché la trovano, Tu un bambino lo sai trattare solo secondo il Tuo carattere, con forza, rumore e scoppi d’ira, e nel mio caso il sistema Ti pareva tanto più opportuno in quanto Tu volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.

Una volta, di notte, io piagnucolavo chiedendo acqua, certo non per sete ma probabilmente mezzo per infastidire mezzo per divertirmi. Dopo alcune minacce senza esito, Tu mi togliesti dal letto, mi portasti sul ballatoio e per un poco mi lasciasti lì in camicia davanti alla porta chiusa. Non voglio dire che ciò fosse ingiusto, forse non c’era altro modo di ristabilire la pace notturna; desidero soltanto descrivere il Tuo metodo educativo e il suo effetto su di me. Credo bene che fui ridotto all’obbedienza, ma ne ricevetti un danno interiore. Il fatto per me naturale del chiedere scioccamente da bere e quello straordinario e terribile di esser messo fuori sul balcone io non riuscii mai a porli nella giusta correlazione.             Ancora per anni soffrii del tormentoso pensiero che mio padre, il gigante, la suprema istanza, poteva venire quasi senza motivo nel cuore della notte a portarmi sul ballatoio, e che io dunque per lui ero meno di niente.

Fu solo un piccolo inizio, ma il senso di nullità che spesso mi assale ha le sue complesse origini nel Tuo influsso. Avrei avuto bisogno di qualche incoraggiamento, di un po’ di gentilezza, che mi si aprisse un poco il cammino, invece Tu me lo nascondevi, sia pure con la buona intenzione di farmene imboccare un altro. Ma io per questo non ero adatto.    Tu mi incoraggiavi ad esempio quando facevo bene il saluto e marciavo a tempo, ma io non ero un futuro soldato; oppure quando mi riusciva di mangiar forte e persino di bere birra, o di ripetere canzoni che non capivo e le Tue frasi predilette, ma nulla di tutto questo apparteneva al mio futuro. Ed è caratteristico che Tu ancora oggi mi faccia animo solo quando anche Tu sei implicato, quando si tratta del Tuo orgoglio allora mi conforti, mi ricordi quel che valgo, mi parli dei partiti a cui ho diritto di aspirare. Ma lasciando da parte il fatto che ormai alla mia età sono quasi insensibile alle parole di consolazione, a che mi servirebbero se mi vengono dispensate quando non sono io al centro della questione?

Allora, sì, che avrei avuto bisogno in ogni circostanza d’incoraggiamento. Bastava la Tua corposità ad opprimermi. Già al mare in cabina facevo compassione a me stesso, e non soltanto di fronte a Te ma di fronte a tutti perché Tu eri per me la misura di tutte le cose.

Voce Maschile

Alla Tua superiorità fisica faceva riscontro quella spirituale. Tu Ti eri innalzato con le Tue sole forze, di conseguenza avevi una fiducia illimitata in Te stesso. Per il bambino ciò era meno evidente di quanto non lo fu per il giovane che si faceva adulto. Dalla Tua poltrona Tu governavi il mondo. La Tua opinione era giusta, ogni altra era assurda, stravagante, pazza anormale. La Tua sicurezza era così grande che potevi anche essere incoerente e tuttavia non cessavi di avere ragione. Accadeva anche che su certe questioni Tu non avessi opinione alcuna, e allora tutte le opinioni possibili intorno a quel tema dovevano essere sbagliate senza eccezione. Per esempio insultavi prima i cechi, poi i tedeschi, poi ancora gli ebrei, e ciò non a proposito di alcunché in particolare, ma sotto tutti i riguardi, tanto che alla fine Tu solo rimanevi. Acquistasti ai miei occhi un alone misterioso, come tutti i tiranni, il cui diritto si fonda sulla loro persona, non sul pensiero. A me, almeno, pareva così.

In verità succedeva con straordinaria frequenza che contro me Tu avessi ragione; discorrendo era ben naturale, perché raramente si giungeva a un dialogo.

Bastava esser felice per qualche cosa, averne l’animo pieno, venire a casa ed esprimerlo, e la risposta era un sospiro ironico, un crollare del capo, un tamburellare delle dita sul tavolo: “s’è già visto qualcosa di meglio”. Oppure: “ho ben altro da pensare, io!”. O anche: “son tutte qui le tue preoccupazioni?”. O invece: “e che te ne fai?”. O infine: “senti che avvenimenti!”. Certo non potevo pretendere che Ti entusiasmassi per ogni bambinata, mentre poi vivevi tra crucci e fastidi. Non di questo si trattava. Ma del fatto che Tu, per la Tua indole contraddittoria, infliggevi sempre e per principio al bambino simili delusioni, e così questo spirito di contraddizione si rinforzava sempre più tanto che alla fine era giocoforza avesse il sopravvento. E questo succedeva anche se per una volta Tu eri della mia stessa opinione.

Così avveniva tanto per le idee quanto per le persone. Bastava che io mi interessassi un po’ a qualcuno – data la mia natura, non accadeva sovente – perché Tu subito, senza riguardo al mio sentimento e senza rispetto per il mio giudizio, intervenissi con insulti, calunnie, profanazioni.

Mi è sempre stata incomprensibile la Tua assoluta mancanza di sensibilità per la sofferenza e l’onta che sapevi infliggermi con le Tue parole e giudizi.

Ma tutto questo era il Tuo sistema d’educazione.

Credo che Tu possegga la vocazione dell’educatore; applicata ad un uomo della Tua specie l’educazione come Tu l’intendi avrebbe certo potuto giovare.

Per me, bimbo, tutto quello che mi ingiungevi era senz’altro un comandamento divino, io non lo dimenticavo mai, rimaneva per me il mezzo ideale per giudicare il mondo, innanzi tutto per giudicare Te; e qui Tu fallivi completamente.

A tavola si doveva badare solo a nutrirsi, Tu invece Ti tagliavi e Ti pulivi le unghie, temperavi matite, Ti frugavi nelle orecchie con uno stuzzicadenti. Ti prego, papà, cerca di capirmi: per me sarebbero state tutte cosette insignificanti, ma diventavano opprimenti per il fatto che Tu, l’uomo per me così autorevole, non Ti attenevi ai precetti che mi imponevi, a Te è costituzionalmente impossibile discutere di una cosa che non approvi o che semplicemente non parte da Te; il Tuo temperamento dominatore non lo consente. In questi ultimi anni Tu invochi a Tua giustificazione la nevrosi cardiaca; a me non pare che Tu sia mai stato diverso, tutt’al più la nevrosi cardiaca Ti serve come mezzo per esercitare più duramente la Tua prepotenza; e certo il solo pensarvi deve <soffocare nell’interlocutore l’ultima replica.            Naturalmente questo non è un rimprovero, è solo la constatazione di un fatto.

 

 

 

D. Maraini                     Bagheria

Voce Femminile

Non era spudorato il mio amato padre. E per tutta la mia infanzia, l’ho amato senza esserne ricambiata. E’ stato un amore solitario il mio. Vegliavo su di lui, sulle sue impronte mai ripercorse, sui suoi odori segreti.

Essendo lui sempre in viaggio, sempre lontano, trasformavo le mie attese in architetture complicate e aeree, tra il miraggio cittadino e la voglia di un sogno a occhi aperti. Quando tornava da uno dei suoi viaggi, io annotavo con pignoleria gli odori che si era portato dietro: di vecchie mele (l’interno dei sacchi da montagna chissaà perché ha sempre quel fondo di mela, forte, acido, incancellabile), di biancheria usata, di capelli scaldati dal sole, di libri scartabellati, di pane secco, di scarpe vecchie, di fiori macerati, di tabacco di pipa, di balsamo della tigre contro i reumatismi.

L’insieme non era cattivo, anzi era dolce e inconfondibile, era il suo odore che ancora oggi mi fa sobbalzare quando lo sento in qualche angolo di casa, in qualche vestito vecchio, in qualche sacco da montagna messo da parte.

Era l’odore di un uomo solitario, insofferente di ogni legame, di ogni impegno, che viaggia in continuazione da un continente all’altro. Un pellegrino dai gusti semplici e spartani, abituato a dormire per terra, a cibarsi di niente, astemio, sobrio, ma capace anche di grandi mangiate e grandi bevute se fatte in buona compagnia, in cima a una montagna o dentro una capanna abbandonata fra le rocce vicino al mare. Qualche volta fumava la pipa ma l’odore del tabacco non lo ritrovavo nei suoi abiti. Solo qualche volta nel “ruc sac” come veniva chiamato in famiglia. In campo di concentramento lui e gli altri uomini fumavano le foglie di ciliegio arrotolate. Il sapore pare fosse amaro e bruciante. Ma l’odore mi piaceva: era leggero e profumato di fiori.

L’ho amato molto questo mio padre, più di quanto sia lecito amare un padre.

 

F. Jovine                       Le terre del sacramento

Voce Femminile

Immacolata, all’inizio, era convinta che le sue preghiere potessero rimuovere Luca dalla sua decisione, ma col passare dei giorni la sua convinzione s’indebolì. L’ostinazione del figlio le pareva veramente diabolica. Tentò di parlargli allora delle sciagure che sarebbero cadute sulla famiglia se Luca avesse persistito in quel gesto di tradimento verso il Signore che lo aveva chiamato a sé.

Luca sarebbe diventato il responsabile di tutte le disgrazie dei Marano. La donna si esaltava in quei discorsi, non dormiva più, toccava appena il cibo, versava fiumi di lacrime davanti alle immagini esposte in chiesa, fece dono alla Madonna Immacolata di tutto l’oro delle sue nozze.

Un giorno ricorse a un rimedio estremo. Luca era diventato, anche lui, inquieto; incominciava, anche lui, a sentirsi posseduto da quella forza diabolica che scavava le gote e faceva cupi gli occhi di sua madre. Le sue notti erano diventate folte d’incubi e, nei brevi dormiveglia del mattino, gli accadeva  di sentire nella mente il ritorno dei discorsi di Immacolata Marano. Discorsi in dialetto, intessuti di dolorosi proverbi e d’ immagini tetre. E quando, quella mattina poco dopo l’alba, alba di luglio coperta dalle nuvole fosche del favonio, la madre lo aveva invitato a seguirlo si sentiva le gambe cionche e il cuore tremante.

Immacolata l’aveva preso per le mani, gli aveva fatto fare il giro della casa e l’aveva portato nella stalla già vuota. Aveva chiuso la porta, si era guardata intorno, esplorando la penombra con lo sguardo inquieto, come se temesse una misteriosa presenza. Poi, fissando il figlio, gli aveva detto con voce profonda:

-   Tu devi essere di Dio, altrimenti tua madre maledirà il latte che ti ha dato.

E Luca aveva visto sua madre sbottonarsi il corpetto. Per la prima volta, davanti ai suoi occhi e nella memoria sepolta del suo primo vagito, vide sbocciare le mammelle enormi, gonfie, coi capezzoli duri ed erti come bacche di ginepro. Le mani brune della madre, a dita divaricate, sollevavano dal basso le poppe come per deporle su un altare immaginario. Il viso della donna, smunto, allagato dalla luce fosca degli occhi, apparve a Luca collegato per un attimo alle mammelle in mostruosa unione. La voce terribile gli veniva da una distesa sconfinata di acqua e di terra. I suoi occhi prima si dilatarono per il terrore, poi le mani si protesero con una rigidità di cadavere; nella sua mente si fece il buio.

 

A. Camus                      Il primo uomo

Voce Maschile

Da tanti anni che viveva in Francia, si riprometteva di fare ciò che sua madre, rimasta in Algeria, ciò che lei gli chiedeva da tanto tempo: far visita a quella tomba che personalmente non aveva mai visto. Era una cosa che non gli sembrava aver senso, prima di tutto per lui, che non aveva mai visto il padre, non sapeva quasi niente di ciò che era stato e aveva in orrore i gesti e gli atti convenzionali, poi per sua madre, che non parlava mai dello scomparso e non era in grado d’immaginare nulla di ciò che lui avrebbe visto. Ma, poiché il suo vecchio maestro si era ritirato a Saint-Brieuc e quella era un’occasione per rivederlo, aveva deciso di visitare la tomba di quello sconosciuto, e aveva voluto farlo prima di recarsi dal suo vecchio amico per sentirsi poi del tutto libero. “E’ qui”, disse il custode.

Indicò una lapide nella prima fila. Jacques Cormery si fermò. “La lascio solo,” disse il custode. Cormery s’avvicinò alla lapide e la guardò distrattamente. Sì, il nome era quello. Jacques Cormery, con gli occhi levati verso la lenta navigazione delle nubi nel cielo, tentava di cogliere, oltre il profumo dei fiori bagnati, l’odore di sale che veniva in quel momento dal mare distante e immobile, quando il tintinnio di un secchiello contro il marmo di una tomba lo scosse dal suo fantasticare. Fu in quell’istante che lesse sulla lapide la data di nascita del padre, scoprendo nello stesso tempo di averla sempre ignorata. Poi notò le due date – “1885-1914″ – e fece un rapido calcolo: ventinove anni. Un pensiero lo colpì all’improvviso e lo scosse. Lui di anni ne aveva quaranta. L’uomo che giaceva sepolto sotto quella pietra, e che era stato suo padre, era più giovane di lui.

E l’ondata di tenerezza e di pietà che d’un tratto gli riempì il cuore non era quello slancio dell’anima che spinge il figlio verso il ricordo del padre scomparso, ma la compassione e il turbamento di un uomo fatto davanti a un ragazzo ingiustamente assassinato – era una cosa fuori dell’ordine naturale, e in effetti non poteva esserci ordine, ma solo follia e caos, dove il figlio era più vecchio del padre. Intorno a lui, immobile, fra queste tombe che aveva smesso di vedere, si spezzava perfino la successione del tempo e gli anni avevano cessato di allinearsi in un grande fiume che scorre verso la foce. Non erano ormai che fragore, risacca e risucchio, ed era qui che si dibatteva Jacques Cormery, alle prese con l’angoscia e la pietà. Guardò le altre lapidi del settore e capì dalle date che quel terreno era costellato di ragazzi che erano stati i padri degli uomini brizzolati convinti di vivere in quel momento.     Lui pure era convinto di vivere, si era fatto da solo, conosceva la propria forza, la propria energia, sapeva affrontare la vita e tener duro.

Rivedeva la propria vita, folle, coraggiosa, vile, ostinata e sempre tesa verso questo obiettivo di cui ignorava tutto, e in verità trascorsa senza che avesse mai cercato d’immaginare che cosa potesse essere stato l’uomo che gli aveva dato questa stessa vita prima di andare a morire su una terra sconosciuta di là del mare. A ventinove anni doveva essere stato fragile, sofferente, teso, testardo, sensuale, sognatore, cinico, coraggioso. Sì, era stato tutto questo e altre cose ancora, era stato vivo, un uomo insomma, e tuttavia lui non aveva mai pensato a colui che qui riposava come a un essere vivente, ma come a uno sconosciuto, che era passato un tempo sulla terra dove lui era nato, che, a sentire sua madre, gli assomigliava, e che era morto sul campo dell’onore. Ma ora gli sembrava che quel segreto che aveva cercato con avidità di conoscere attraverso i libri e le persone, fosse intimamente legato a questo morto, a questo padre ragazzo, a ciò che era stato ed era diventato; e di aver cercato lontano ciò che gli era vicino nel tempo e nel sangue. In verità, non lo aveva aiutato nessuno. Una famiglia dove si parlava poco, dove non si leggeva né si scriveva, una madre sventurata e distratta, chi avrebbe potuto raccontargli di questo padre giovane e patetico? Nessuno lo aveva conosciuto, se non sua madre che lo aveva dimenticato. Ne era certo. Era morto sconosciuto su questa terra, dove era passato fuggevolmente, come uno sconosciuto appunto. Sarebbe toccato a lui informarsi, domandare. Ma a chi, come lui, non ha nulla e vuole il mondo intero, tutte le energie di cui dispone sono appena sufficienti per costruire se stesso e conquistare o comprendere il mondo. In fondo, però, non era troppo tardi, poteva ancora cercare, scoprire chi fosse quest’uomo che ora gli sembrava più vicino di qualsiasi altra persona al mondo.

Poteva…

Il pomeriggio stava finendo. Un fruscio di gonna accanto a lui, un’ombra nera, lo riportò a quel paesaggio di tombe e al cielo che lo circondava. Bisognava andar via, qui non aveva più niente da fare. Ma non riusciva a staccarsi da quel nome, da quelle date. Sotto la pietra tombale non c’erano che cenere e polvere. Ma, per lui, suo padre era ancora vivo, di una strana vita taciturna, ed era come se stesse per abbandonarlo di nuovo, consegnandolo anche quella notte alla solitudine interminabile in cui era stato gettato negletto. Nel cielo notturno risuonò una brusca e violenta detonazione. Un aereo invisibile aveva superato il muro del suono. Volgendo le spalle alla tomba, Jacques Cormery si allontanò da suo padre.

 

G. Rimanelli                 Molise

Voce Maschile

Quand’ero ragazzo mio padre aveva un cavallo. Lo aveva comprato alla fiera di Francavilla, in Abruzzo. E spesso con quel cavallo se ne andava per una settimana o un mese, a vedere il mare di Termoli, di Francavilla o di Pescara.

Una volta salii sulla montagna più alta  per vedere dov’era arrivato mio padre.

Incontrai un pastore abruzzese, di Pescasseroli, che andava in Puglia a svernare. M’indicò l’orizzonte lontano e disse:

- Tutto ciò che vedi e non vedi è spiaggia abruzzese.

- Ma lì c’è Termoli. Termoli è Molise, risposi      risentito.

Lui scosse la testa.

- E’ tutto abruzzese.

E io pensai a mio padre col cavallo, su quella lunga spiaggia abruzzese che non vedevo.

Avevo paura dei suoi ritorni. Ma spesso mi sorprendevo ad aspettarlo alle ultime case. A volte camminavo nel tufo e nelle macchie verso Larino, sperando di vedere il cavallo.

E una volta lo vidi sul ciglio della strada che mangiava pane e coltello, col magro e sfiancato cavallo che brucava alle sue spalle. Mi prese per le orecchie e mi sollevò fino alla sua bocca. Una ventata di aglio e bestemmia uscì dalla sua bocca, squassandomi di paura.

- A casa subito, se no ti ammazzo.

Avevo ginocchia sbucciate e mani graffiate e un po’ di merda nelle brache. Ma ero felice perché l’avevo visto.    Arrivato a casa riempii la brocca d’acqua e la misi in mostra sul tavolo, per lui. E così anche mia madre seppe che stava per tornare. Ci strofinò e lavò. Disse: – Quieti adesso, quieti.

Mancava Antonio, il mezzano, che giocava a bottoni sul marciapiedi. Sentimmo che salivano le scale perché Antonio strillava che lo lasciasse. E lui entrò col berretto sull’orecchio, tenendosi quel figlio per l’orecchio. Lo buttò a sedere sul panchetto.

 

 

 

 

Voce Femminile

Mia madre protestò, si lamentò battendogli pugni sul petto.

- Sono figli miei, non toccarli.

 

 

Voce Maschile

- Sono bastardi come me, ecco cosa sono, lui rispose. Bevve tutta l’acqua. Poi andò a pisciare nell’orto.

Lavoravano a un casello ferroviario a metà strada fra Casacalenda e Larino, e avevano comprato una pecora zoppa. Mio padre comandava la squadra, contrattò la pecora col contadino e si assunse il compito di cucinarla. Era dura come una pietra, e mio padre girò con un ramo d’albero quella carnaccia per delle ore, in un vasto caldaio. Ma assaggiando e tornando ad assaggiare per sentirne la cottura finì col mangiarsi tutta la pecora. Agli altri non restarono che delle ossa.

Mangiava pezzi di grasso crudo. Mangiava anche il cuoio. Era fame e rabbia.

Non c’era persona più svelta e sicura di mio padre.

Aveva occhi e mani, e viso appuntito. Diventava animale con gli animali, diventava uomo con l’uomo. Ma la sua era sempre caccia, guerra per la sopravvivenza.

A volte si sdraiava nelle stoppie e aspettava le quaglie.

Come facesse a prenderle con le mani non l’ho mai capito.

A volte aspettava per delle ore sul tetto di casa i passeri. Come facesse a prenderli con le mani non l’ho mai capito.      A volte scendeva al Biferno sotto Guardialfiera con l’acqua fino al petto e afferrava i pesci con le mani.            Tagliava la testa coi denti. Come facesse a prenderli non l’ho mai capito.

Una domenica, in casa di sua madre, suo fratello Michelino e altri uomini presero il gatto del medico Rinaldi. Dissero ch’era coniglio. Se ne andarono all’attico e lo mangiarono.

C’era una scala di legno che portava all’attico. Vi dormiva su di un saccone  la sua ultima sorella, Angelina.        Mio padre le ordinò di fare la spia. Nessuno doveva salire all’attico. Io vi arrivai non so come. Erano alla fine del pranzo. Restava nel piatto di mio padre l’ultimo boccone di carne. Se lo favoleggiava, ci ragionava sopra col pensiero. Tutti sapevano che l’ultimo pezzo di carne era il più buono, per lui. Tutti sapevano che l’ultimo pezzo di carne era l’orgasmo, per lui. Erano felici e brilli. Erano depravati e cortesi l’un l’altro. Zio Michelino ci faceva anche lui l’amore con quell’ultimo pezzo di carne.

E improvvisamente lo infilzò nella sua forchetta e lo inghiottì. Fulmineo mio padre tirò fuori la pistola. Una piccola Colt che portava sempre alla cintola. E lo avrebbe ucciso, ne sono certo. Fu allora che gridai, e gli uomini si accorsero che c’era un bambino.

 

 

Voce Femminile

Ricordo che era sempre cupo, mio padre. Mia madre pur segretamente soffrendone, lo adorava.

La sedusse quando arrivò ragazzina dal Canada, con suo padre Dominick su di un calessino con le ruote di gomma.          Il vecchio pazzo, nonno Minicucci (in America  Dominick), suonava la tromba e accomodava gli ombrelli. Costruì una casa col vino, perché mancava l’acqua per impastare la calce.

Mio padre gli piaceva. Lui credeva che avesse genio. Era povero e spavaldo mio padre, per questo piaceva al vecchio.

 

Voce Maschile

Lo volle anche lei, la ragazza. E per il motivo che lui la sedusse con la macchina da scrivere. Mio padre fece un viaggio fino a Roma, nel 1923 o 24, per comprare la macchina da scrivere. Era un’Olivetti enorme e rudimentale. La chiamavano ancora cembalo scrivano.       Batteva lettere d’amore con un sol dito, poi incaricava sua sorella Luisa di metterle sotto la porta dell’americana.

A Roma s’incontrò con un gruppo di fascisti che lo picchiarono, perché con quella macchina da scrivere tra le braccia non era riuscito a salutare il gagliardetto. Odiò i fascisti. E quando questi attivarono anche nel Molise lo rincorsero, lo circondarono, gli fecero bere l’olio di ricino.

Si sposarono e io nacqui in quella casa sul Corso, costruita col vino.

Mia madre faceva la tela. Ricamava e risparmiava salvando il centesimo. Si era accorta subito che con i “geni” si fa la fame. Ma lo amava molto. E dolcissima era mia madre.

 

 

Voce Femminile

Amava i fiori e le parole gentili, mia madre. E noi, anche da grandicelli, l’ascoltavamo in amore. Fatti la ninna, fatti la nanna. I nostri occhi erano sempre svegli.

 

E diciamo diciamo diciamo

le lenzuola con che le facciamo?

Pigliamo i gusci delle uova

e facciamo le lenzuola.

E diciamo diciamo diciamo

le coperte con che le facciamo?

Scortichiamo la lucertola

e facciamo la coperta……

 

 

Voce Maschile

Ma lui fuggiva sempre. Era una bestia inquieta. E spesso si sfogava coi figli. Ci frustava con la cinghia, ci riempiva il sedere di calci. E un giorno io gli dissi:

- Vedrai, ti ammazzerò io.

Per disperazione mia madre mi mandò in un seminario delle Puglie. Tornavo d’estate. Mi accorsi che m’incupivo come mio padre. E mio padre mi guardava e rideva.

- Tu prete? Mani delicate, pancia piena, parola facile. Tu prete? Tutti mi fate schifo.

Gli sputai in faccia.

Restò interdetto, non si asciugò lo sputo. Fuggì nell’orto, si rotolò fra i pomodori, singhiozzando. Decisi allora di andar via dal seminario. Decisi allora di andar via dal Molise. Decisi allora di perdermi nella guerra e morire. Non m’importava che guerra fosse.

Io non avevo nessuna cognizione politica allora. Sapevo soltanto che in guerra si muore.

Sul camion tedesco che ci portava al Nord ho singhiozzato tutto il tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

………………….jodorowsky

 

 

 

 

 

 

 

A. Camus                      Lo straniero

VOCE MASCHILE

Partito lui, ho ritrovato la calma. Ero esausto e mi sono gettato sulla branda. Devo aver dormito perché mi sono svegliato con delle stelle sul viso. Rumori di campagna giungevano fino a me. Odori di notte, di terra e di sale rinfrescavano le mie tempie. La pace meravigliosa di quell’estate assopita entrava in me come una marea. In quel momento e al limite della notte, si è udito un sibilo di sirene. Annunciavano partenze per un mondo che mi era ormai indifferente per sempre. Per la prima volta da molto tempo, ho pensato alla mamma. Mi è parso di comprendere perché, alla fine di una vita, si era preso un ” fidanzato “, perché aveva giocato a ricominciare. Laggiù, anche laggiù, intorno a quell’ospizio dove vite si stavano spegnendo, la sera era come una tregua melanconica. Così vicino alla morte, la mamma doveva sentirsi liberata e pronta a rivivere tutto. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio.

 

R. Kipling          If

SE…

Se riesci  a non perdere la testa, quando tutti intorno.

La perdono, e se la prendono con te;

Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano;

Ma anche a cogliere in modo costruttivo i loro dubbi;

Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere;

Se sai non ricambiare menzogna con menzogna,

Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono,

E a evitare di far discorsi troppo saggi;

 

Se sai sognare – ma dai sogni sai non farti dominare;

Se sai pensare – ma dai pensieri sai non fare il fine;

Se sai trattare nello stesso modo i due impostori

- Trionfo e Disastro – quando ti capitano innanzi;

Se sai resistere a udire la verità che hai detto

Dai farabutti travisata per ingannare gli sciocchi;

Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti                                                                                           consunti,

Le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;

 

Se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio

E te lo giochi, all’azzardo, un’altra volta,

E se perdi, sai ricominciare

Senza dire una parola di sconfitta;

Se sai forzare cuore, nervi e tendini

Dritti allo scopo, ben oltre la stanchezza,

A tener duro, quando in te nient’altro

Esiste, tranne il comando della Volontà;

 

Se sai parlare alle folle senza sentirti re,

O intrattenere i re parlando francamente,

Se né amici né nemici riescono a ferirti,

Pur tutti contando per te, ma troppo mai nessuno;

Se riesci a occupare il tempo inesorabile

Dando valore a ogni istante della vita,

Il mondo è tuo, con tutto ciò che ha dentro,

E, ancor di più ragazzo mio, sei Uomo!

 

R. Kipling          If

SE…

VOCE MASCHILE

Se riesci a mantenere la calma

quando tutti attorno a te la stanno perdendo;

 

 

VOCE FEMMINILE

Se sai aver fiducia  in te stesso quando tutti dubitano di te tenendo però nel giusto conto i loro dubbi;

 

 

VOCE MASCHILE

Se sai aspettare senza stancarti di aspettare

o essendo calunniato non rispondere con calunnie

o essendo odiato non dare spazio all’odio

senza tuttavia sembrare troppo buono

né parlare troppo da saggio;

 

 

VOCE FEMMINILE

Se sai sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;

 

 

VOCE MASCHILE

Se riesci a pensare senza fare dei pensieri il tuo fine;

 

 

 

 

VOCE FEMMINILE

Se sai incontrarti con il successo e la sconfitta

e trattare questi due impostori proprio allo stesso modo;

 

 

VOCE MASCHILE

Se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto distorta da imbroglioni

che ne fanno una trappola per ingenui;

o guardare le cose per le quali hai dato la vita – distrutte -

e umiliarti a ricostruirle con i tuoi strumenti ormai logori;

 

 

VOCE FEMMINILE

Se sai fare un’unica pila delle tue vittorie

e rischiarla in un solo colpo a testa o croce

e perdere, e ricominciare d’accapo

senza mai lasciarti sfuggire una parola su quello che hai perso;

 

 

VOCE MASCHILE

Se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi

a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più

e così resistere quando in te non c’è più nulla

tranne la volontà che dice loro: “Resistere”;

 

 

VOCE FEMMINILE

Se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà

o passeggiare con i re senza perdere

il comportamento normale;

 

 

VOCE MASCHILE

Se non posso ferirti né i nemici

né gli amici troppo premurosi;

 

 

VOCE FEMMINILE

Se per te contano tutti gli uomini, ma nessuno troppo;

 

 

VOCE MASCHILE

Se riesci a riempire l’inesorabile minuto

dando valore ad ogni istante che passa,

tua è la Terra e tutto ciò che vi è in essa

e – quel che più conta – tu sarai un Uomo, figlio mio!

 

 

Fino al 30.12.2016

Ardea, presentata la mostra “Segno-Suono-Luce”, il tempo musicale con Francesco Guadagnuolo

É un evento che porta lustro alla città di Ardea la mostra internazionale Segno-Suono-Luce di Francesco Guadagnuolo con il patrocinio del Comune di Ardea. Attualmente, la città di Ardea è al centro della grande arte italiana” con la mostra “Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana” nel Museo Manzù, via Laurentina, km 32 e l’altra la mostra personale “Segno-Suono-Luce” di Francesco Guadagnuolo presso la “domus Danae”, via Pratica di mare, 9. Tre importanti artisti ad Ardea: Manzù, Fontana, Guadagnuolo, che pubblico e critica riconoscono dal punto di vista artistico-culturale. Manzù il grande scultore del ‘900 che ha creato un suo classicismo moderno, Fontana fondatore del movimento spazialista e Guadagnuolo considerato il massimo esponente della corrente del “Transrealismo Internazionale” in Italia.

Segno Suono Luce è un’esposizione che coinvolge lo spartito musicale dei più celebri compositori nella scena internazionale. La mostra fino al 30 dicembre 2016 vede opere pittoriche che mettono in dialogo arte e musica, rendendo una nuova linea dell’arte nei rapporti che intercorrono con il tempo musicale.

Quindi una mostra da vedere e quasi da ascoltare tutta dedicata alla musica. Ha affermato il celebre compositore Mauro Bortolotti: «Guadagnuolo vuole che la pagina musicale s’intuisca, si percepisca nella sua essenza, nei suoi vuoti e pieni, nei silenzi e nelle violenze, attraverso l’agitarsi di colori e gesti figurativi gettati sulla partitura con slanci controllati o no, ma pur sempre coerenti e incisivi. Egli dice: “Come se la musica si concretizzasse in immagini prima della sua esecuzione”. Si tratta, forse, di una realizzazione del sogno scriabiniano di un’opera d’arte totale, dove convivono non solo testo, musica, danza, coro, ma anche profumi e colori che un pianoforte opportunamente “modificato” saprà far sgorgare, come per magia, per descrivere miti prometeici e estasi inenarrabili. Del resto, Guadagnuolo non ignora nulla dei movimenti culturali del nostro tempo: la sua frequentazione di poeti e musicisti, la sua assidua presenza nelle sale concertistiche gli hanno fatto conoscere tutti i più avanzati compositori italiani, da quelli di Nuova Consonanza, come Guaccero, Evangelisti, Clementi, chi scrive, fino a Petrassi, Testi, Schiaffini, Chailly, Donatoni, Berio e ai tanti stranieri… Da quasi tutti costoro, Guadagnuolo ha ricevuto pagine di musica, mute, ovviamente, fino al momento in cui qualche esecutore non ha conferito loro concretezza, realtà sonora. Ma è su quel progetto muto che egli interviene, per dargli essenza materiale e visiva, permettendo di far prevedere, o meglio, presentire, ciò che si realizzerà pienamente con gli “strumenti della musica».

Ha scritto il critico Antonio Gasbarrini: «Francesco Guadagnuolo, conferisce un’originale ed autonoma espressività alle partiture, radicalmente trans/figurate dalla sovrapposizione di timbrici colori/segno. Sono pertanto i testi musicali di compositori contemporanei ad offrire all’artista siciliano l’opportunità di cambiare i connotati familiari del pentagramma – di per sé già da tempo corrosi da molte scritture innovative di musica elettronica analogica e digitale – fondendo il momento spiccatamente sonoro con quello visivo. In queste tavole di una nuova, unitaria legge uditiva-percettiva, le singole pagine musicali si fanno pre(ante)/testo i virtuali sonorizzazioni realizzate con un’accentuata geometrizzazione euritmica di forme ermafrodite sopravanzanti le armonie-disarmonie intuibili dalla sola lettura dello spartito originario. Anche in quest’occasione, com’è già avvenuto nell’altro suo mirabile ciclo ‘Gli iperspazi e l’energia del segno’, è la dilatazione spaziotemporale dell’“immagine del suono”, quel suono a cui non è consentito viaggiare fisicamente nel vuoto (come avviene invece per la luce), ad inoltrarci nei fantasmagorici, musicali abissi intergalattici di Francesco Guadagnuolo».

 

una vita a tre cifre

Commemorazione dei defunti 2 novembre 2016

Guadagnuolo interpreta con una scultura “C’era una volta in America” di Sergio Leone, la scena nel cimitero di Riversdale tra sogno e transrealtà

 

Nel 1984 debuttava nelle sale cinematografiche italiane “C’era una volta in America”, film-testamento del regista Sergio Leone. Rievochiamo, questo film capolavoro con l’artista Francesco Guadagnuolo, in occasione della Commemorazione dei defunti 2016, proprio nella scena riguardante il cimitero di Riversdale in cui Noodles interpretato da Robert De Niro ‘ricerca il suo tempo perduto’, come in un Proust alla ricerca del significato della realtà attraverso la memoria. Francesco Guadagnuolo interpreta con una scultura il luogo tra sogno e transrealtà, la scena nel cimitero di Riversdale, nell’abbraccio metafisico tra l’immagine femminile vista di spalle che piange e l’uomo-manichino, poste sull’urna cineraria. L’intento dell’artista è quello di manifestare le verità soprannaturali che pervadono la nostra vita. Le immagini, scolpiscono “quello che non si percepisce”, cioè l’indefinibile, tanto che il gruppo scultoreo produce nel pubblico sincere commozioni. Il tempo viene dilatato, e ne emerge il distacco dalla vita terrena in una pace surreale.  Il film “C’era una volta in America”, narra l’episodio quando Noodles nel 1968 parte per il cimitero di Riversdale cercando il monumento sepolcrale per ritrovare i suoi amici sepolti, incontra la Direttrice del cimitero (Louise Fletcher) dallo sguardo oscuro e rigido, che attribuisce alla scena una situazione di tensione emotiva. All’interno Noodles impersonato da De Niro vede il proprio nome su una targa commemorativa, chiede spiegazione alla Direttrice circa il suo passato in un colloquio quasi irreale. L’espressione delusa dell’attore, divenuto nel frattempo anziano, che ricorda i suoi amici morti fra passato, presente e futuro, ma anche nella meditazione sull’importanza che intercorre tra tempo e reminiscenza. La coppia nell’opera scultorea di Guadagnuolo è costituita da due simulacri atemporali indicanti l’afflizione dell’attimo del commiato, dunque della morte e la separazione dalla vita. Sono figure incorporee nonostante l’esteriorità, sono due essenze-presenze che cercano l’incontro del sentimento-umano. La scena indubbiamente esprime melanconia e fa apparire la tremenda solitudine che a volte ci troviamo a subire durante la vita terrena. Inoltre il transrealismo delle due figure “immobilizza” l’istante e lo contraccambia senza un tempo, presentandolo al di là della realtà, in un’altra dimensione trans-metafisica mortale.

Il poeta e critico teatrale Paolo Guzzi scrive: «Un abbraccio, un ultimo abbraccio, già impossibile, un ultimo tentativo, mal riuscito, di trattenere l’amato, l’amata, ciascuno nel proprio mondo che chiama ineluttabilmente. Non sappiamo se l’uomo/manichino abbracci o sia abbracciato dalla donna, che quasi gli si arrampica addosso. Vediamo un manichino senza volto e immaginiamo che sia trattenuto a fatica nel nostro mondo fatto di carne e di bellezza carnale, appunto, ma il tentativo della donna è inutile. Abbraccia colui che sta scomparendo, la cui corporea realtà è ormai lontana, le sue fattezze indistinte provano a restare, la donna cerca di trattenerlo, ma anche lei, di cui non vediamo il volto, sta per lasciare la presa. La disperazione si immagina per entrambi. Ciascuno scivolerà nel suo mondo, che li separerà. Speriamo soltanto che un giorno l’abbraccio diventerà definitivo, e che si ritroveranno definitivamente abbracciati, insieme».

Infatti, nell’abbraccio scultoreo di Guadagnuolo è come comprendere l’opera di Wagner ne “L’anello del Nibelungo” che per il suo finale immaginò che l’amore rimarrà e rimane la sola salvazione dell’umanità: “…Lasciate che, nel dolore e nella gioia, esista solo l’amore”.

 

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